La dottrina dell’infallibilità nasconde una carenza di fede?

Hans Küng

(1928- ), L’infallibilità, Milano, 1977, pagg. 126ss.

kung_big

A distanza di 45 anni è sempre interessante rileggere parte del testo con cui Hans Küng criticò il dogma dell’infallibilità. Le tesi di Kueng vennero allora liquidate insieme a colui che le aveva formulate, e non si sono ancora dati, a oggi, avanzamenti significativi. La questione rimane una spina nella carne della Chiesa ancora ai nostri giorni.

L’aporia

Da una parte, le promesse fatte alla chiesa esigono riconoscimento! Non lo può contestare nessun cristiano credente che fondi la sua fede sul Nuovo Testamento. …

Dall’altra, gli errori fatti nella chiesa esigono riconoscimento! Non lo può disconoscere nessun uomo che fondi il suo pensiero su una visione critica della realtà.

Sintetizziamo:

1. Anche della possibilità di errori in proposizioni ecclesiastiche di fede (nel senso più ampio del termine) bisogna tener conto, in quanto si tratta pur sempre di proposizioni umane; anche la teologia cattolica deve ammettere che di fronte a certi uomini e a certe comunità, di fronte a certe proposizioni e formule di fede non si può escludere la presenza dell’errore (dottrine fallibili).

2. In particolare, bisogna tener conto di possibili errori in definizioni negative (nel senso più ampio del termine), in quanto è facile che queste proposizioni polemiche, dirette contro l’errore, condannino anche la verità; la teologia cattolica non può negare in linea di principio che anche e proprio in definizioni negative, le quali possono essere enunciate da diversi uomini e organi di chiesa, si annidino possibili errori.

3. Il problema si riduce al seguente interrogativo: non esistono proposizioni della chiesa che fanno eccezione, proposizioni che, sottratte a priori all’insidia dell’errore, non possono assolutamente essere errate? Sinteticamente rispondiamo:

– Già la nostra disamina iniziale aveva rilevato che almeno una dottrina, presentata dal magistero ordinario come dottrina ecclesiastica infallibile (l’immoralità di un controllo “artificiale” delle nascite) viene giudicata falsa ed erronea da gran parte della chiesa e della teologia.

– Decisivo è il fatto che finora nessuno, né il Vaticano I né il Vaticano II né la teologia manualistica, ha giustificato quanto andrebbe giustificato: la capacità della chiesa, del suo governo o della sua teologia di formulare proposizioni tali da non poter essere apriori erronee. L’onere della prova grava su chiunque affermi quella capacità.

Errori di fatto del “magistero” ecclesiastico, ordinario e straordinario, non si possono, onestamente, non riconoscere. Ogni forma di apologetica, lo abbiamo visto, non fa che invischiarsi in difficoltà ancor maggiori, sia che distorca o addirittura neghi fatti storici, sia che operi distinzioni anacronistiche (cavillando sull’”ex cathedra” o meno, ecc.)

C’è una via d’uscita? Con le proposizioni infallibili sembrano dissolversi anche le promesse fatte alla chiesa, sembra dileguarsi l’infallibilità della chiesa stessa. Ma davvero si dissolve l’infallibilità della chiesa con il dissolversi delle proposizioni infallibili? Come abbiamo visto, è questa la domanda che il Vaticano I ha evitato di porsi. Una domanda che esige una risposta.

Superamento dell’aporia

1. Non è possibile superare l’aporia adottando una soluzione – atea oppure fideistica – conforme all’uno o all’altro corno del dilemma:

Prima soluzione: la promessa è liquidata! Questo è il punto di vista di un mondo senza fede, un punto di vista che il credente non può far proprio.

Seconda soluzione: almeno certi errori non sono ammissibili! Questo è il punto di vista di una chiesa trionfalistica, un punto di vista che il credente non può ugualmente far proprio.

2. Non è possibile superare l’aporia neppure con un’attenuazione-armonizzazione di una delle due alternative a spese dell’altra:

Prima si sosteneva in pratica un’infallibilità di principio del magistero; eventuali errori costituivano un’eccezione. Questa tesi non riuscì a sopravvivere e nonostante tutti gli sforzi degli ultramontanisti intransigenti si estinse con il Vaticano II.

Poi si sostenne la fallibilità di principio del magistero a eccezione di alcune ben precise proposizioni infallibili. manifestamente anche questa tesi, avanzata assai prima del Vaticano I, non è riuscita a perpetuarsi.

3. Un superamento dell’aporia è possibile solo attraverso il superamento delle alternative su un piano più alto: la chiesa viene mantenuta nella verità nonostante tutti gli errori sempre possibili.

Un commento telegrafico:

– Tale opinione si può suffragare con il ricorso alla Scrittura, che testimonia senz’altro la permanenza della chiesa nella verità, mai però parla di una qualsivoglia proposizione infallibile della chiesa.

– Tale concessione viene legittimata anche da episodi di cui è intessuta la storia della chiesa: da un lato i numerosi errori del magistero ecclesiastico, dall’altro il permanere e persistere della chiesa e della sua predicazione attraverso duemila anni.

– Tale impostazione e tale soluzione del problema non vennero prese in considerazione né dal Vaticano I né dal Vaticano II, né tantomeno dalla teologia manualistica di matrice neoscolastica.

– Infine, di tale risposta alle difficoltà esistenti non si è tenuto conto neppure nel corso di tutte le discussioni che prelusero all’enciclica Humanae vitae, nostro punto problematico di partenza.

Quest’ultimo comma sollecita un’osservazione immediata. In nessun altro contesto si è palesato in maniera più lampante il tallone d’Achille della dottrina romana dell’infallibilità. Nel nostro primo capitolo abbiamo dato ragione in larga – e per molti, forse, inopinata – misura alla minoranza conservatrice della Commissione pontificia per la regolazione delle nascite. Ma su un punto si deve ora energicamente dissentire. La “perizia” della minoranza, alla quale si è appoggiato il Papa nella sua decisione, culmina con le dichiarazioni seguenti: “Più grave ancora è che questo mutamento (concernente la prassi contraccettiva) infliggerebbe un duro colpo alla dottrina dell’assistenza dello Spirito Santo, che è stato promesso alla chiesa per indirizzare i fedeli sulla retta via verso la loro salvezza… Poiché, se la chiesa avesse così gravemente errato nella sua seria responsabilità di direzione delle anime, ciò equivarrebbe all’inquietante supposizione che le sia venuta a mancare l’assistenza dello Spirito Santo.”

E qui riteniamo di dover soggiungere che il tallone d’Achille della teoria romana dell’infallibilità – contrariamente alle intenzioni dei suoi fautori, che tanto parlano di fede – è in definitiva una carenza di fede. Non è palmare? Proprio là dove la fede vien messa particolarmente alla prova, si tentenna e ci si smarrisce: al cospetto dell’errore! L’errore della chiesa: tanto ci si è assuefatti all’identificazione della “chiesa” (meglio: della “gerarchia”) con lo Spirito Santo, che dovendosi ammettere determinati errori, sviste, aberrazioni e traviamenti della chiesa, si pensa di doverli addebitare allo Spirito Santo. Come se gli incontestabili errori di direzione e di guida della gerarchia (e della teologia!) fossero altrettanti errori dello Spirito Santo, come se gli itinerari fuorvianti e contorti della chiesa, fossero altrettanti itinerari di Dio! Certo, nello Spirito è Dio stesso che influisce sulla chiesa, si testimonia alla chiesa, fonda, perpetua e permea la chiesa: e questo Dio è il Deus qui nec fallere nec falli potest, il Dio che non può ingannare né ingannarsi. Ma gli uomini che formano la chiesa, costoro sì possono confondersi, sbagliare i loro calcoli, ingannarsi nel parlare e nello scrivere, prendere abbagli, fraintendere, afferrare l’oggetto sbagliato, perdere la strada, mancare l’obiettivo prefissato, smarrire l’orientamento: homines qui fallere et falli possunt. Perciò la fede, che riposa su Dio, dovrà ragionare con realismo ma non senza fiducia. Lungi dall’identificarli, saprà tenere distinti lo Spirito di Dio e la chiesa. senza crearsi illusioni potrà prendere atto, in maniera liberatoria, che lo sviluppo della chiesa è sempre uno sviluppo fallibile, che il suo progresso implica sempre un regresso. La fede nella guida e nell’intervento di Dio nella storia dell’uomo e del mondo non dubita mai, neanche quando le cose, a qualsiasi livello, prendono una brutta piega. Essa si tempra proprio nella sventura e nell’avversità, di fronte a sciagure individuali e a calamità mondiali. E la fede nella particolare presenza e assistenza dello Spirito di Dio all’interno della comunità dei credenti non vacilla e non dispera mai, neanche quando possono intervenire e spesso di fatto intervengono errori in tutti i campi, in tutti i casi e da parte di tutte le persone.”

Annunci

2 pensieri riguardo “La dottrina dell’infallibilità nasconde una carenza di fede?

  1. Ancora una volta mi complimento per la scelta dell’autore, ovvero Kueng, che apprezzo moltissimo, e con cui concordo pienamente per la critica mossa alla dottrina dell’infalibilità. Forse per una mia estrema distorsione intellettuale (molto di parte) vedo nella carenza di fede, che l’autore suppone, l’idea teilhardiana del farsi delle cose, idea che seppur espressa in ambito diverso dice: «…o per la sua eccessiva estensione o per la sua eccessiva profondità, il punto di applicazione della forza divina è, per essenza, extra-fenomenico. La causa prima non si mescola agli effetti: agisce sulle nature individuali e sul moto d’insieme. A rigor di termini, Dio non fa; Egli fa sì che le Cose si facciano.» Quindi l’infallibilità, a mio parere, può essere legata al moto d’insieme del fenomeno cristiano nel suo divenire, non all’azione del singolo che è e resta di natura ‘fenomenica’ e quindi fallibile nel tempo e nel modo relativo del suo trascorrere storico. Ne consegue che manca quella visione ‘evolutiva’ (termine da prendere nell’esclusiva accezione teilhardiana) che porta ad una mancanza di fede, o visione distrota della fede, tale da rendere un atto fenomenico, quale può essere quello umano, carico di valenza che può essere solo extra-fenomenica, ovvero risultato del moto d’insieme del fenomeno.

    Mi piace

    1. Caro Mattia, mi sembra che, posta in questo modo la faccenda diventi estremamente interessante. Non solo per la dottrina dell’infallibilità (poiché libererebbe da un peso opprimente la tradizione ecclesiale), ma per la stessa concezione di tradizione e di futuro. Se la tradizione (e ogni ermeneutica della e nella stessa) fossero lette in forma evolutionis (si potrà dire?), avremmo fra le mani un segreto meraviglioso: quello del “farsi della verità” per noi. Il che non intaccherebbe, tra l’altro, il fatto che la verità (in sé) esiste. Ma anche questo andrebbe approfondito. D’altronde, il bello del pensiero, della ricerca e della vita non sta esattamente in questo cammino?

      Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...