Chiesa, contestazioni e “margine di fraternità”

Yves Congar

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(1904-1995), Vera e falsa riforma della Chiesa – postilla all’edizione del 1968, Milano, 1972, pagg. 437ss.

Una lucida riflessione (di 50 anni fa!) sul tema della gestione e delle conseguenze del Concilio e della contestazione alla e nella Chiesa. Un linguaggio alla ricerca dell’equilibrio “fraterno” nella dialettica tra fedeltà e trasformazione.

Gli avvenimenti del maggio-giugno 1968, che hanno bloccato per due mesi le bozze della presente ristampa in fondo ad un sacco postale, ci spingono ad aggiungere alcune pagine alla conclusione… Alla situazione post-conciliare della chiesa, già difficile, quegli avvenimenti hanno aggiunto le incertezze di un clima rivoluzionario e di una contestazione universale e permanente. In un clima del genere, le cose ieri ancora solide e sicure appaiono di colpo superate o almeno prive di interesse.

Non è stato il Concilio a creare i nuovi problemi né la nuova disposizione d’animo. E’ ingiusto e anzi insulso attribuirgli le difficoltà che proviamo oggi, con un sentimento d’inquietudine e di pena, perfino nel dominio della fede.

Ma è vero che il Concilio ha aperto la chiesa ai problemi e che ha pure, prima di altre istanze pubbliche, percepito la trasformazione del mondo. Esso ha cominciato a promuovere, a tutti i livelli, delle strutture di corresponsabilità. Ha pure tolto le barriere che restringevano la libertà di parola e di ricerca: anche se vi sono certi abusi, ciò non toglie che si tratti di un grande bene. Tutto è stato posto in discussione: le forme liturgiche, le formule classiche della presenza eucaristica, lo stato sacerdotale e il celibato dei preti, la lettura fin qui ingenua delle testimonianze della Scrittura, altre affermazioni ingenue ma tradizionali delle realtà soprannaturali. La riscoperta del mondo, l’interesse per l’uomo e il suo progetto nel mondo sono diventati dominanti al punto d’essere talvolta esclusivi: l’orizzontalismo non è un pericolo chimerico! […]

La parola d’ordine, per quest’anno 1968 è “contestazione”: una bella parola, osservava P.-H. Simon….: “Contestare, significa rifiutare da testimone – testis – cioè con una convinzione intima, uno slancio vitale, in cui il sentimento e la ragione non sono dissociati…”

Ma è pure una parola temibile, poiché rischia di esprimere un proposito di non accettare più nulla e di costituire la divisa di un’era di universale e radicale lacerazione.

L’ondata di contestazione raggiunge evidentemente la chiesa, poiché la chiesa non è costituita da un popolo diverso da quello che in parte ha innalzato le barricate e occupato le fabbriche. Le forme spettacolari e, come tali, materia adatta al giornalismo, assunte da questa ondata contestatrice, non possono far dimenticare la gravità, diremmo anzi la serietà del movimento. Discerniamo infatti nella violenza e nella globalità del rifiuto un immenso bisogno di partecipare alla creazione di valori in seno a comunità personalizzanti. Ora, questo interessa necessariamente la chiesa di Cristo e degli Apostoli. Ma l’interrogativo critico le è rivolto ugualmente. […]

Vi sono delle cose che la contestazione non può fare nella chiesa:

1 – distruggere la carità o agire in maniera tale, porre delle circostanze tali da ferire la carità nel cuore. Accettare di distruggere l’unità dei cattolici, fino al punto in cui non si possa più spezzare assieme il pane eucaristico. La questione non appare poi così semplice se si va al di là di una formula ideale e vaga, perché non si può parimenti, in nome di questa unità, reprimere ogni discussione, sterilizzare ogni impegno efficace e concreto, ogni presa di posizione temporale eventualmente compiuta in nome del cristianesimo…;

2 – mettere in causa la struttura pastorale gerarchica della chiesa quale deriva dall’istituzione del Signore;

3 – negare o mettere in discussione in maniera precipitata e avventata o irresponsabile degli articoli di dottrina per i quali si deve al contrario essere disposti a dare la propria vita;

4 – classificare una volta per tutte e senza badare al “margine di fraternità” coloro che la pensano in maniera diversa da noi, nella categoria dei cattivi, degli irricuperabili; fare su di essi una croce come per i dannati senza speranza;

5 – non sembra si possano ammettere espressioni di contestazione nella celebrazione liturgica e, per esempio, nella omelia. Ciò creerebbe nell’assemblea un clima insopportabile di tensione e d’irritamento. Qualunque siano le nostre reazioni, gli altri hanno diritto alla pace e al rispetto delle loro posizioni. Esistono altre possibilità per dare uno sbocco alla legittima contestazione.

Noi accettiamo la contestazione se essa implica che tutti possano effettivamente esprimersi ed essere ascoltati

Per parte nostra, crediamo all’importanza e al valore unitivo della considerazione seguente: quando una questione è molto complessa, può legittimamente prestarsi a parecchie sfaccettature, e dunque a parecchi giudizi, nessuno dei quali può pretendere di esaurire la totalità dei dati. Bisogna dunque ammettere la possibilità di un’altra opzione e di altre conclusioni diverse dalla propria. Bisogna tener conto del “margine di fraternità”…”

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