Sacro e potere, giogo non leggero

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Riprendo qui, come ogni venerdì, le mie riflessioni su temi ecclesiali. In particolare sul ruolo e il futuro del presbitero. Ringrazio tutti quelli che, sia nel blog, sia a voce, mi stanno aiutando a “verbalizzare”.

Un amico prete (che stimo davvero) mi faceva notare, in riferimento alla precedente riflessione, come molti preti non abbiano in nessun modo percezione di sé come di “uomini sacri”. Il che, a mio parere, incancrenisce più che lenire la ferita. Non c’è peggior danno che si possa fare a se stessi che quello di vivere in una condizione di inautenticità. Non perché i preti che affermano di non essere uomini sacri siano particolarmente disonesti (l’assenza di autenticità e la mancanza di onestà non sono per nulla la stessa cosa), ma per il semplice fatto che negano a parole una condizione che di fatto hanno accettato, sottomettendosi al sacramento (appunto!) dell’Ordine. Di conseguenza molti preti si trovano spesso a vivere una condizione border line, in qualche modo schizofrenica.

Il loro essere presbiteri (anziani) nella comunità è infatti possibile, nella contingenza della Chiesa attuale, solo per aver essi accettato di essere anche sacerdoti (uomini sacri), al punto da non poter essi in nessun modo scindere il ruolo di “pastori e guide spirituali” (cosa che, di per sé, potrebbero benissimo esercitare senza la grazia particolare di alcun sacramento) dal fatto di essere gli unici a poter amministrare “le cose sacre” e dall’avere ricevuto un sacramento talmente “esclusivo” (santificante) da renderli “adatti” a governare “le cose sacre” (e di poterlo fare “esclusivamente”, ossia escludendo ogni altro battezzato da questo “sacro ministero”): battesimo, confermazione, penitenza, unzione degli infermi, ordine (naturalmente!) e, soprattutto, eucaristia.

[En passant: bisognerà prima o poi riflettere su questo paradosso: nella Chiesa cattolica, senza presbiteri non si celebra l’Eucarestia; senza preti, non si dà il corpo di Cristo. E’ una situazione che non fa proprio problema a nessuno?]

Per tornare a noi: essendo i presbiteri/sacerdoti coloro che presiedono e celebrano la quasi totalità dei gesti sacri nella comunità, come possono gli stessi “chiamarsi fuori” dalla sacralità personale ed essenziale ai ruoli loro affidati? Come potranno toccare le cose sante, senza essere santi?

Dietro la questione (secondo me decisiva e drammatica) della mutazione del presbiterato neotestamentario in sacerdozio sta, con ogni evidenza, la mutazione (più ampia e ancor più drammatica, poiché originaria e originante) della comunione gerarchica ecclesiale (luogo in cui, poiché il velo del tempio è squarciato, tutti accedono alla visione del sacro, che altri non è che Cristo crocifisso) in comunione gerarchico/sacramentale (dove un nuovo velo è ricostituito, per un nuovo tempio, con una nuova casta di sacerdoti, che “non entra e non lascia entrare…”).

La questione in gioco, a questo punto, non è tanto quella dell’esistenza o meno di una gerarchia all’interno delle dinamiche di comunione: senza gerarchia, infatti, esisterebbero solo un’anarchia, inutile e dannosa (come tutte le anarchie), sorella di un presbiterato narcisista (chi mi conosce sa perfettamente che non amo le immagini di prete quali don Gallo, proprio per essere la loro esposizione pubblica perfetta manifestazione della peggior forma narcisistica del ruolo presbiterale): la questione in gioco sta piuttosto nel fatto che la gerarchia ha attribuito a se stessa, nel tempo, una motivazione sacramentale e sacrale della quale non riesce a fare a meno. Il che la rende strutturalmente inattaccabile, ma pastoralmente insidiosa: casta nella casta; pericolosa, poiché capace di cortocircuitare la verità al punto da considerare ogni critica alla propria “figura” come una critica a dio stesso.

Punto culminante di questa sacralità fu certamente (qui è difficile dar torto ad Hans Kueng) la definizione del dogma dell’infallibilità papale: potere e sacralità uniti definitivamente, per il cattolicesimo, sotto un giogo drammatico, di cui i pontefici portano ancora le ferite; giogo e gogna, nel medesimo tempo, pesante come un macigno sulle spalle e capace di esporre allo scherno di chi, al sacro, non crede più.

Un dubbio mi rode: non sarà proprio per sfuggire a questa gogna e a questo giogo non leggero (e quindi non evangelico) che molti preti oggi tendono a rifiutare il loro ruolo “di uomini sacri”? E, però, una volta sfuggito (in solitudine, poiché senza sostegno alcuno dell’istituzione) questo ruolo sacrale, come darsi ragione di un celibato imposto come si impone un ricatto (Se ti sposi non sarai “pastore”!) e non, invece, liberamente scelto?

I temi e le storie si intrecciano e si ritrovano.

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5 pensieri riguardo “Sacro e potere, giogo non leggero

  1. Ci sarebbero davvero tante cose da dire. Voglio però ringraziarti: hai scritto cose che condivido al 100%. E anche di più, se la matematica permettesse di esprimere proporzioni maggiori.

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  2. Sto seguendo queste riflessioni, che credo centrino nel segno il problema che sta investendo la Chiesa nel tempo della modernitá. Mi complimento per la profonditá con la quale stai scandagliando la profonditá dell’argomento. Concordo con l’affermazione che il dogma dell’infallibilitá papale abbia, secondo me insieme all’idea che si debba attribuire valore scientifico assoluto ai testi sacri (Galileo docet!), portato ad un arroccamento della chiesa, intesa come insieme gerarchico di ministri del sacro, che non riesce ad essere piú ‘medium’ con la chiesa intesa come unitá di credenti. Questo gap che si trova fra le due chiese é, a mio parere, la fonte della crisi vocazionale che si dimostra maggiore proprio nel vecchio continente, quello in cui le due chiese convivono in maniera piú intensa, a causa della presenza storica della chiesa gerarchica fra la chiesa dei credenti. L’altro giorno riflettevo sul nome del tuo blog (vaticanoterzo) e mi é balenato in mente che sarebbe una sciagura un concilio che recasse ancora l’attributo di ‘vaticano’ non abbiamo bisogno di un concilio che sia centrato sul ‘medium’ tra il Dio e la Sua Chiesa, ma un concilio che abbia Cristo unito alla Sua Chiesa come centro dell’occupazione principale del ‘medium’. (e questo mi fa ritornare in mente il problema ben evidenziato da Dostoevskij nel racconto ‘Il grande inquisitore’ incluso ne ‘I fratelli Karamazov’ !)

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  3. Caro Mattia, il “vaticanoterzo” è dovuto solo a un omaggio alla richiesta del cardinal Martini. Una figura “della coscienza” potremmo dire. Per il resto, mi sembra molto importante la tua sottolineatura del “gap” tra due Chiese (la gerarchia e il popolo).

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  4. Ovviamente la mia riflessione sulla parola ‘vaticano’ era solo legata alla constatazione che l’ultimo Concilio ha trovato, sin dal suo nascere, forti resistenze dentro e fuori la chiesa intesa come istituzione (questo era il senso negativo che attribuivo alla parola ‘vaticano’). E certamente non attribuisco questa accezione negativa alle tue considerazioni, che evidentemente paiono aver ben accettato le migliorie che il Vaticano II ha proposto; tantomeno attribuisci ció al card. Martini che é sicuramente stato la prova evidente che la Chiesa non é in contrasto con la modernitá e quando ció viene riconosciuto ed applicato nella quotidianitá da un appartenente (suo malgrado) alle piú alte gerarchie ecclesiastiche ‘la messe é molta’ ! Scusami se ho dato l’impressione di criticare negativamente il nome del blog, non era questa la mia intenzione, credo da quanto sopra che anche un Vaticano III sarebbe un ottima cosa se si svolgesse per annullare il gap di cui parlavo nel precedente commento

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