Monaci e cultura. Una sfida

Viktor Josef Dammertz

(1929- ) La risposta dei monaci alle sfide delle culture di oggi, in AA.VV., La vita monastica. Vita nello Spirito Santo alla luce delle sfide di oggi, Parma 1991.

monachesimo

Ancora nei giorni scorsi, cenando con amici, qualcuno ha estratto dal solito cilindro la solita domanda: a che cosa servono i monaci e le suore di clausura? La risposta non è mai semplice, soprattutto quando una domanda è mal posta: infatti, proprio perché sfugge alla logica dell’utilitarismo contemporaneo, il monachesimo e la claustralità, non producono una risposta efficace a una domanda che radicalmente è una critica apriori. Una formulazione meno banale della domanda, è quella che segue.

Possono e devono i monaci come monaci, come comunità monastiche con la loro particolare indole e missione nella generale struttura della Chiesa, prestare un loro specifico contributo in questo esigente programma della Chiesa, di sanare o almeno attenuare la frattura esistente tra il Vangelo e le culture? Interrogando la storia apprendiamo che fra i monaci ci sono state sempre due tendenze opposte, e che in certi tempi l’una, in altre epoche l’altra parte, ha avuto la prevalenza, senza però eliminare completamente la tensione. All’inizio del monachesimo c’era senza dubbio la fuga mundi, oggi diremmo: la critica della cultura. I Padri del deserto voltavano le spalle al mondo ed a tutto ciò che l’uomo aveva in esso creato, quindi alla cultura. Essi cercavano la solitudine: nella natura selvaggia e incolta, nel deserto, volevano essere soli con Dio. Ma essi non potevano impedire che il mondo che essi avevano fuggito li seguisse nel deserto, che gli uomini andassero da loro a chiedere consiglio e direttive per la loro vita in mezzo al mondo.

Anche all’inizio della vocazione di Benedetto ci fu questa “critica della cultura”. Egli voltò le spalle alla città di Roma ed alla sua cultura segnata dalla decadenza ed ebbe un solo pensiero: piacere a Dio. Scienter nescius et sapienter indoctus, egli cercò la solitudine e solus in superni spectatoris oculis habitavit secum (Dialoghi 1; 3). Ma la dominici schola serviti che egli istituì più tardi con la sua Regola (RB, Prol. 45) ebbe nei secoli seguenti un tale inaspettato effetto, che a ben ragione la cultura dell’alto Medioevo è stata chiamata “cultura benedettina”. Qui si trova anche il motivo del fatto, sembrato dapprima così paradossale, che Papa Paolo VI nel 1964 ha proclamato Patrono d’Europa quel Benedetto fuggito dal mondo, così critico della cultura, ed inoltre lo ha elogiato come “maestro di cultura e civiltà: civilis cultus magister”. Il Simposio organizzato nel febbraio di quest’anno dal nostro Istituto Monastico sul tema “Cultura e spiritualità nella tradizione monastica” ha ancora una volta illustrato come nel corso dei secoli ci sono state fra i benedettini queste due tendenze, l’una creatrice di cultura, l’altra critica della cultura, in contrasto fra di loro, e con la prevalenza talvolta dell’una, talvolta dell’altra. in fondo, non si tratta forse ancora oggi di questo, trovare, attraverso un attento ascolto dei “segni dei tempi” ed un discernimento guidato dalla parola di Dio, la sintesi fra questi due atteggiamenti, ciascuno dei quali ha una parte di ragione?”

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