Prete, ossia: la fatica di essere “sacro”

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Continuo nelle mie riflessioni sul prete, iniziate un paio di settimane fa. Ribadisco che sono pensieri che cerco di mettere in ordine, per fare chiarezza in me, innanzitutto e per favorire un dialogo.

Qualche giorno fa avevo distinto tre dinamiche per una riflessione sulla complessa sostenibilità della figura del prete oggi; indicavo quali punti da analizzare seriamente, per comprendere alcune derive: celibato, gestione del potere e relazione tra quotidianità e spiritualità.

I primi due temi mi sembrano (per quanto possa sembrare il contrario) meno essenziali. Nel terzo trovo qualcosa di decisivo, da subito. Un elemento centrale della spiritualità del prete è, infatti, la questione della sacralità. Tanto più decisiva, quanto più in gioco in un tempo in cui di spazio per il sacro sembra essercene sempre di meno.

La riflessione è molto più ampia di quanto possibile in questo spazio e in queste poche righe. Semplificando, almeno in partenza, occorre ricordare che nel Nuovo Testamento, senza ombra di dubbio, quello che può essere assimilato al prete è il presbitero, ossia, “un anziano” della comunità (non altro significa la parola greca che definisce il ruolo). Certamente negli scritti neotestamentari non appare mai alcun collegamento tra il ruolo dell’anziano della comunità (e tantomeno del vescovo) e un ruolo “sacrale”. E’ solo tra il II e il III secolo che si comincia a parlare di sacerdote quando si indica il ruolo ecclesiale del presbitero: sono quelli gli anni in cui il “pastore” della comunità si trasforma da “presbitero” in “sacerdote”, da “anziano” a “uomo sacro”.

La trasformazione trascinò con sé una serie di conseguenze tutt’altro che indifferenti: innanzitutto la necessaria “assimilazione” del prete a Cristo, senza la quale non sarebbe stato possibile (né strutturalmente né teologicamente) definire “sacri” alcuni uomini. Sacro, infatti, è termine che, sempre nel Nuovo Testamento, appartiene radicalmente solo a Cristo e all’intera Chiesa (e, comunque, solo in quanto Corpo di Cristo).

L’unico sacerdote, infatti, l’ultimo, definitivo, sintesi della religione e possibilità futura della medesima, è Gesù Cristo, e lui solo! La lettera agli Ebrei è chiarissima, su questo punto (sarebbe interessante dedicare spazio a un commento dei capitoli 7 e 8). Alla fine del settimo capitolo, l’autore afferma:

La legge [ormai superata!] infatti costituisce sommi sacerdoti uomini soggetti all’umana debolezza, ma la parola del giuramento [di Dio, che libera Cristo dalla morte], posteriore alla legge, costituisce sacerdote il Figlio che è stato reso perfetto in eterno. (Eb 7,28)

L’unico sacerdozio sensato, capace di trasformare essenzialmente la relazione uomo-dio (l’unica mediazione possibile, poiché questo e non altro è il senso della “sacralità”) è, dunque per la lettera agli Ebrei, quello di Cristo.

Non solo: nell’elenco dei carismi e dei ministeri che san Paolo propone nella sua riflessione sulla Chiesa, non vi è alcun sacerdozio! Occorrerà prima o poi farci i conti:

Alcuni perciò Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi vengono i miracoli, poi i doni di far guarigioni, i doni di assistenza, di governare, delle lingue. Sono forse tutti apostoli? Tutti profeti? Tutti maestri? Tutti operatori di miracoli? Tutti possiedono doni di far guarigioni? Tutti parlano lingue? Tutti le interpretano?” (1Cor 12,28-30)

E poco prima, in un altro elenco, lo stesso Paolo ancora aveva detto:

Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune: a uno viene concesso dallo Spirito il linguaggio della sapienza; a un altro invece, per mezzo dello stesso Spirito, il linguaggio di scienza; a uno la fede per mezzo dello stesso Spirito; a un altro il dono di far guarigioni per mezzo dell’unico Spirito; a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di distinguere gli spiriti; a un altro le varietà delle lingue; a un altro infine l’interpretazione delle lingue”. (1Cor 12,4-10)

Non esiste, nelle comunità paoline, alcun carisma di sacerdozio; non esiste alcun uomo sacro, poiché semplicemente non ve n’è bisogno! La santità di Cristo e della Chiesa suo corpo sono “sacralità sufficienti”.

Decenni dopo, invece, la figura sacrale del sacerdote fa il suo ingresso nella comunione ecclesiale, come garante della conservazione di un ruolo (quello dell’uomo più vicino a Dio in tutta la comunità) di cui non doveva esserci più traccia. Non solo: lentamente e inesorabilmente (ma inevitabilmente, poiché “l’uomo del sacro” tende per necessità a farsi padrone di tutto quello che al sacro attiene) il sacerdote è venuto catalizzando su di sé tutti i carismi che dovevano, secondo il pensiero di Paolo, essere distribuiti nella comunione e nella comunità: quello che per Paolo era “a ciascuno… una manifestazione particolare… per il bene di tutti”, nella tradizione cattolica è diventato: “solo in alcuni… tutte le manifestazioni… per il bene incontestabile degli altri”.

Da qui, il cosiddetto “sacerdozio ministeriale” (che significa: “sacralità in forma di servizio”) è diventato il luogo in cui si trovano raccolti tutti i carismi (d’altronde, se l’uomo del sacro è un “altro Cristo”, come potrebbe non darsi questa sintesi assoluta?): il prete è da considerarsi apostolo, pastore, maestro, profeta; guarisce, consola, assiste, governa…. Il prete/sacerdote fa tutto, deve fare tutto. Come si potrebbe chiedere di meno a chi è investito di tale potere da essere colui che agisce “in persona Christi”?

Come può, l’uomo sacro fare tutto questo? Come può vivere in modo tanto “sovrumano”? Per grazia. Ecco un altro nodo su cui sarà necessario tornare (e che ci avvicina al tragico rapporto tra spiritualità e quotidianità): Dio concede a questo assolutista dello spirito che è il “sacerdote cattolico”, di poter gestire nel quotidiano quel che neppure gli apostoli si arrogavano di poter compiere.

Ed ecco il motivo per cui a un uomo è richiesto, contemporaneamente (e sempre più spesso in giovane età) di essere: un buon cristiano; un uomo di forte spiritualità interiore; capace di gestire le coscienze e, contemporaneamente, l’economia di un intero paese; di essere compassionevole e gentile con tutti e, nello stesso tempo, di non legarsi a nessuno; di essere eremita nell’anima, ma capo di una comunità nel concreto; di annunciare il rigore del vangelo e però dialogare apertamente col mondo; di essere profetico nelle prospettive, ma integrato nella struttura tradizionale; capace di innovazione nel linguaggio, pur conservando il messaggio della tradizione nella sua purezza; di amare tutti ma non legarsi a nessuno; di vivere da povero ed essere tecnologicamente all’avanguardia, lui e la sua comunità; di obbedire al vescovo e al papa (che sono al suo servizio, naturalmente!) e di farsi obbedire dai giovani e dagli adulti (dei quali è servo!); di parlare a comunità sia di ragazzi che di anziani; di essere moderno ma insieme tradizionalista; di amare i bambini e non averne di propri; di essere maestro e (per esserlo) informatissimo di tutto quanto accade; di conoscere la dottrina e la modernità, i linguaggi dei giovani e quelli degli anziani; di abbracciare la causa dei poveri, ma non turbare la dottrina e non fare scelte politiche…. E potremmo continuare.

Con onestà: a quale persona si può chiedere, in coscienza, qualcosa del genere? Nessuno coglie l’assurdità di questa situazione?

Interessante, a questo proposito, è quel che viene richiesto al presbitero nella lettera a Tito:

“Il candidato (al ruolo di presbitero, appunto) deve essere irreprensibile, sposato una sola volta, con figli credenti e che non possano essere accusati di dissolutezza o siano insubordinati.” (Tt 1,5-9)

E nella lettera a Timoteo, si ribadisce, riferendosi ai vescovi (ma il discorso vale naturalmente anche per gli altri ruoli di governo delle comunità:

“Bisogna che … sia irreprensibile, non sposato che una sola volta, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, non dedito al vino, non violento ma benevolo, non litigioso, non attaccato al denaro. Sappia dirigere bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi con ogni dignità, perché se uno non sa dirigere la propria famiglia, come potrà aver cura della Chiesa di Dio? Inoltre non sia un neofita, perché non gli accada di montare in superbia”. (1Tm 3,2-6a)

Concreta semplicità delle richieste che Paolo (o chi per lui) fa ai pastori delle sue comunità. Forse occorre tornare alle origini anche in questo. Forse, per rendere sostenibile la drammatica situazione della vita di molti preti, sarebbe sufficiente smettere di pretenderli “sacri” e tornare a chiedere loro di essere “presbiteri”.

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4 thoughts on “Prete, ossia: la fatica di essere “sacro”

  1. Credo che se i preti smettessero di interpretare se stessi come realtà “sacra” farebbero un gran bene a se stessi e alla Chiesa. Quale migliore testimonianza potrebbero dare i preti all’uomo di oggi se non quella di una umanità salvata (cioè vera, piena, equilibrata, generosa) grazie al Vangelo?

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  2. Proprio qui sta il problema: che ci sono secoli di dogmatizzazione non superabili da poche affermazioni. Ponila così: se un papa decidesse di mutare lo statuto sacramentale dell’Ordine, che ricaduta avrebbe sulla struttura ecclesiale? Sarebbe sopportabile? Sostenibile? … To be sacred, or not to be…

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  3. Da anni cerco di capire e riflettere su questa dimensione, cioè sull’eccessivo carico del “sacro” di cui è rivestito non solo il ruolo del prete ma anche proprio la sua figura dottrinale. da anni mi domando attraverso quale via recuperare la “secolarità” che gli è propria, e che secoli di incrostazioni hanno reso impalpabile. Se rimane vero che non è superabile, in un solo gesto, fosse anche profetico, tutta questa coltre sacrale depositatasi per secoli, non voglio smettere di domandarmi come salvare o recuperare l’umanità propria, anche del prete, il senso vivo della quotidianità di cui i Vangeli sono pervasi, la normalità del vissuto ecclesiale di ciascuno.
    I pochi anni di peregrinazione ed annuncio, di “vita pubblica” di Gesù (ed è Gesù!) non sono disgiungibili dai 30 anni di quotidianità, nascosta e “normale” di Nazareth che li hanno preceduti.

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  4. Credo che (e qui si tratta proprio di Vaticano II e di Lumen Gentium) si tratti innanzitutto di trarre le logiche conseguenze sulla questione della “santità” dei battezzati e del popolo di Dio: il sacro della Chiesa, se ben inteso, non è più quello che ha come scopo la “separazione dal mondo”, ma la “contaminazione del mondo”: è un sacro aperto, visitabile, visibile, incontrabile… Il velo del Tempio è rotto, definitivamente, benché qualcuno tenti continuamente di cucirne lo strappo: si può dire così?

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