Il cristiano nel rischio della storia

Carlos Alberto Libanio Christo (Frei Betto)

da Dai sotteranei della Storia, Verona, 1971

Imprigionato nel 1969 dal governo brasiliano, con accusa di attività sovversiva, il domenicano conosciuto da tutti col nome di Frei Betto (figura non certo semplice di polemista, teologo e pastore impegnato fattivamente ancora oggi nella politica brasiliana con prese di posizione fortemente orientate a “sinistra”), scrisse dal carcere  una serie di lettere che toccano al cuore il tema dell’impegno cristiano nella storia. Ci sono riminiscenze bonhoefferiane, tentativi di reinterpretare la storia, che forse non abbiamo ancora approfondito a sufficienza, certamente anche affermazioni che possono creare problema in un tempo, quale il nostro, in cui le ideologie sembrano sogni lontani. Ma io vi trovo anche una forza profetica più solenne e rigorosa rispetto sia alla quiescenza che alla rabbia che sembrano ispirare (da due prospettive diverse – ma lo sono davvero?) i nostri giorni.

S. Paulo 28/03/1970

Mio caro [Pedro], la tua lettera è piaciuta molto a tutti noi. Abbiamo sentito che non siamo soli in questa avventura e che comunque essa ha delle ripercussioni positive per il Vangelo. E’ quanto basta per giustificare la nostra prigionia. Non importa sapere quanto tempo resteremo qui. Importano i frutti che risulteranno da questo seme gettato nel carcere. Forse il nostro carisma è la testimonianza cristiana dietro le sbarre (ma questo Dio solo può saperlo) e il nostro cammino è simile a quello di san Paolo che si spostava da una prigione all’altra.

Siamo tranquilli perché sappiamo di trovarci nel cammino che Gesù Cristo ha tracciato per la sua Chiesa. Tutti gli apostoli hanno vissuto il martirio. La Chiesa primitiva ha scritto la sua storia nelle prigioni, col sangue sparso nelle torture. Oggi diamo una testimonianza non solo di fede, ma anche di speranza, nel senso di presenza della storia: e dal momento che abbiamo scoperto la dimensione escatologica della rivelazione e della teologia, la prospettiva storica della nostra speranza ci ha condotto al carcere.

Quando arrivai in prigione, e fui chiuso in una cella di isolamento, per un mese pensai che non ne sarei uscito vivo. Provavo però la gioia di sacrificarmi per la speranza. In altre parole, mi accorgevo che la promessa che ci è stata fatta in Abramo e Gesù Cristo è irreversibile. Viene di lì ogni garanzia alla nostra lotta. Lo so che non è facile per la comunità cristiana accettare come cosa normale, senza commiserazioni e senza perplessità, ma piuttosto con gioia, tutto quello che ci accade ora. Ma basta ricordarsi che in altri tempi i cristiani furono chiamati “atei e perturbatori dell’ordine” e furono accusati di idolatria, di promuovere orge e di sacrificare carne umana nelle loro riunioni eucaristiche. Molti cristiani purtroppo pensano ancora che il cristianesimo sia piuttosto un “ordine sociale” che un atteggiamento di contestazione della storia. Si tende a dimenticare che il cristiano non deve avere impegni con ideologie, organizzazioni politiche o progetti storici, ma con la costruzione dell’avvenire, che è il luogo del Regno. In questo senso può assumere determinate posizioni, ma sempre con carattere provvisorio e contestatario, nel senso che, finché ci sarà un uomo oppresso, il cristiano sarà presente con la sua inquietudine. A volte questo atteggiamento può coincidere con posizioni politiche definite, e ciò è normale, dal momento che viviamo sulla terra, negli eventi della storia. E’ impossibile mettere le mani in pasta senza sporcarsele. Non c’è redenzione senza rischio. Per altri cristiani, poi, la fede non è altro che un codice di morale borghese che esige la fedeltà matrimoniale, la messa alla domenica e eventualmente alcune preghiere dove si espongono le proprie difficoltà. Credono in un Dio “lassù” e non si rendono conto che Dio si può conoscere realmente solo in Gesù Cristo. Gesù Cristo è la presenza di Dio nella storia. L’uomo che ha il coraggio di una rottura con la morale farisaica, per mezzo della predicazione e della vita, contesta l’ordine stabilito ed è condannato alla croce “perché solleva il popolo”.

Ti ho conosciuto nel giugno dell’anno scorso a S. Leopoldo, quando insegnavi al Christus Sacerdos. Sono stato tuo alunno per alcune ore, quando facesti quella conferenza sulla vita religiosa oggi, dietro invito del padre Mueller (uomo trasfigurato dalla grazia). Ho letto le tue dispense sui cambiamenti occorsi nel passaggio da una mentalità religiosa cosmocentrica a una mentalità secolarizzata antropocentrica. Parliamo un po’ di questo. Benché il fenomeno della secolarizzazione si verifichi su scala mondiale, come frutto della rivoluzione industriale che ha prodotto una rivoluzione culturale, sono convinto che, interpretato in questi termini, si applica solo a una società tecnologica altamente sviluppata (come quella nordamericana o europea). E’ innegabile che l’uomo di oggi non pensa più il mondo secondo categorie religiose e che il suo dinamismo autonomo è sempre più evidente. Però temo che certi autori vogliano trasformare il cristianesimo in un prodotto di facile consumo. Certamente il fatto di parlare al telefono o guidare un’automobile o fare la spesa al supermarket o giovare al bridge il sabato sera ha certi rapporti con la fede in Dio, e, se non ci allontana da Lui, ci avvicina a Lui. E’ vero che per vivere nella sua intimità non sono necessari atti di eroismo, digiuni prolungati, vigilie o carcere. Senza dubbio dobbiamo toglierci dalla testa che la santità sia qualcosa di eccezionale, fatta di momenti eccezionali. Ma non possiamo dimenticare che il cristianesimo è coscienza di una promessa e questa coscienza suppone determinati atteggiamenti di fronte alla storia. Non si tratta solo, mi sembra, di una nuova mentalità secolarizzata e di un nuovo linguaggio sul problema di Dio. Si tratta di qualcosa di più, cioè del senso esistenzialmente escatologico del cristianesimo.

Che vuol dire Gesù quando afferma che non siamo del mondo, o quando Paolo dice che non ci dobbiamo adattare al mondo? Per me vogliono esprimere l’anticonformismo di fronte al secolo, cioè al qui e ora della storia, e non di fronte al mondo in quanto terra. In questo senso non siamo la presenza secolarizzata nella storia, ma piuttosto l’irruzione del divino nella società secolare. Parlerei di secolarizzazione non del mondo ma dei cristiani, nella misura in cui sono testimonianza e annuncio della promessa escatologica, perché solo noi abbiamo la certezza, per la rivelazione, di quello che ancora non è. Della presenza di Dio che ha fatto irruzione nella storia degli uomini.

Ha quindi un senso parlare di secolarizzazione in una Chiesa che si era rinchiusa nel sacro e aveva fatto del suo clima religioso il clima del mondo. Ma temo che la secolarizzazione sia soltanto un problema di linguaggio, di mentalità e di costumi, in vista di un adattamento al secolo. Il secolo aspira al sacro, e la nostra presenza in esso significa sfida e contestazione, mai conformismo. Ecco perché il cristianesimo è la religione dei poveri, del proletariato, che nella sua situazione di classe sfruttata è sempre la negazione dell’ordine stabilito. Il borghese può capire il cristianesimo solo come morale individualista perché gli interessa mantenere lo status quo (che egli, fra l’altro, chiama cristiano), come se il cristianesimo costituisse una forza di resistenza alla dinamica della storia. Il povero invece, per la struttura della sua mentalità, è il più idoneo a ricevere e vivere il Vangelo, perché nulla lo lega al “qui, adesso”. Egli è pieno di speranza, di attesa, di volontà di cambiare, ed è capace come nessun altro di sacrificio, servizio e amore, proprio a causa della sua libertà interiore. Dobbiamo però presentargli un cristianesimo che sia “prassi” e non corpo di dottrine e di abitudini liturgiche. Chi si converte non può continuare ad agire alla stessa maniera di prima. Spero di parlarti di questa prassi nella prossima lettera.

Ricevi queste mie riflessioni come semplici opinioni e mai come certezza. L’unica certezza è l’incertezza della ricerca. Saluti alla tua comunità. Pregate per i nostri compagni di prigione, martiri anonimi della speranza. Celebrate in vece nostra, giacché le autorità militari non ce lo consentono. Nella gioia.

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