Teologia e bellezza

Hans Urs von Balthasar

(1905-1988), Gloria. Un’estetica teologica, cit. in Ardusso-Ferretti-Pastore-Perone, La teologia contemporanea, Torino, 1980, pagg. 408ss.

Ripropongo qui una delle pagine più belle, profonde ed evocative della teologia balthasariana. In un tempo complesso come quello che viviamo, il richiamo alla bellezza come ultima parola del pensiero del mondo e prima parola del pensiero credente, recupera tutta la sua importanza.

La parola, con cui in questo primo volume incominciamo una serie di studi teologici, è una parola con cui il filosofo non incomincia, ma piuttosto finisce; è una parola che, nel concerto delle scienze esatte, non ha avuto voce e spazio garantito e sicuro e che, quando è scelta come tema, tra gli specialisti affaccendati in molteplici cure, sembra possa essere scelta solo da un ozioso amatore; una parola infine da cui, nel nostro tempo, tanto la religione che la teologia si sono distanziate e separate con una decisa linea di confine; brevemente, una parola tre volte inattuale, della quale non si può fare sfoggio e con cui si rischia di scomodare tutti. Tuttavia, se il filosofo non può incominciare con essa ma (sempre che non l’abbia perduta per strada) al massimo con essa terminare, non dovrà forse essere il cristiano, proprio per questo motivo, a poterla scegliere come sua prima parola? E dal momento che le scienze esatte (e anche la teologia, nella misura in cui si fa sempre più simile, metodologicamente, alle scienze esatte, e si nutre della loro atmosfera) non trovano più tempo per essa, allora non potrebbe forse essere questo il momento migliore per spezzare tale specie di esattezza, che è in grado di cogliere sempre soltanto un campo particolare della realtà, per ritornare a considerare la verità del tutto, la verità come qualità trascendentale dell’essere, che non è nulla di astratto, ma che è il legame vivente tra Dio e il mondo? E infine, poiché la religione del nostro tempo si è liberata di questa parola, non dovrebbe rimanere oziosa, nell’osservare una buona volta quale volto (se ha ancora un volto) possa mostrare una religione così spogliata.

Il nome di questa parola è bellezza; essa deve essere la nostra prima parola. Bellezza è l’ultima parola, su cui la ragione pensante possa arrischiarsi, perché solo essa, come inafferrabile splendore, circonda il doppio astro del vero e del bene e il loro inseparabile rapporto; bellezza disinteressata senza cui il mondo antico non volle comprendersi ma che insensibilmente ha preso congedo dal mondo interessato di oggi, per lasciarlo alla sua avidità e alla sua tristezza. Bellezza, che non è scelta e amata, neppure più dalla religione, e che tuttavia, come maschera alzata sul suo viso, lascia liberi dei tratti che rischiano di diventare senza significato per gli uomini. Bellezza, in cui non osiamo più credere, che abbiamo ridotto a semplice apparenza, per potercene disfare più facilmente, bellezza che (come si presenta oggi) richiede almeno altrettanto coraggio e forza di decisione quanto la verità e il bene, e che non si lascia separare e allontanare da questa due sorelle, senza trascinarle con sé in una misteriosa vendetta.

In un mondo senza bellezza – anche se gli uomini non potessero fare a meno di questa parola e l’avessero continuamente in bocca tradendola – in un mondo che, senza magari essere privo di bellezza, non fosse più in grado di vederla né di contare più su di essa, anche il bene ha perduto la sua forza di attrazione, l’evidenza del suo “dover-essere-fatto”; l’uomo gli si pone davanti e si domanda perché deve fare il bene e non piuttosto il suo opposto, il male. E’ anch’esso una possibilità, e persino eccitante; perché non esplorare una volta le profondità di Satana? In un mondo che non si crede più capace di affermare la bellezza, le prove in favore della verità hanno perduto la loro conclusività, vale a dire che i sillogismi funzionano davvero con l’efficienza di macchine rotative o calcolatori, che ogni minuto vomitano senza errore un numero prevedibile di risultati, mentre l’atto stesso del concludere è un meccanismo, che non avvince più nessuno; e la conclusione stessa non conclude più. E quando avviene allo stesso modo per i trascendentali (perché se ne è lasciato perdere uno) che ne sarà dell’essere stesso? Se Tommaso poteva considerare l’essere come una “luce sicura” per l’ente, questa luce non dovrà estinguersi là, dove si è disimparato il linguaggio della luce stessa, e dove non si permette più al mistero dell’essere stesso di rivelarsi? Ciò che rimane è una porzione di esistenza che, se in quanto spirito si attribuisce anche la libertà, rimane tuttavia per sé completamente oscura e incomprensibile. La testimonianza dell’essere rimarrà non credibile per colui che non sa più cogliere la bellezza. […]

Senza la conoscenza estetica né la ragione teorica né la ragione pratica riescono a trovare il loro pieno compimento. Se al verum manca lo splendor che è, per san Tommaso, la prerogativa del bello, allora la conoscenza della verità rimane pragmatica e formalistica: si tratta solo più di determinare in modo esatto fatti e leggi, le leggi ultime dell’essere o del pensiero che possono essere categorie o idee. Se manca al bonum la voluptas che è, per sant’Agostino, il segno della sua bellezza, allora anche il rapporto con il bene rimane utilitaristico ed edonistico: si tratta solo più del soddisfacimento di un bisogno mediante un valore, un bene, che può essere fondato sia oggettivamente nell’essere che ad essa tende. […]

Nella forma luminosa del bello, l’essere dell’ente diviene visibile come in nessun altro luogo; quindi un momento estetico deve accompagnarsi a ogni conoscenza spirituale come ad ogni tendenza spirituale. L’essere in sé che inerisce al bello, l’esigenza attraverso di esso proclamata che ciò che è sia lasciato essere, l’esigenza anche di una rinuncia (sia al possesso che alla sua utilizzazione) per poter diventare lieti nel suo godimento, è, nel dominio naturale, un fondamento e un’anticipazione di ciò che, nel dominio della rivelazione e della grazia, sarà l’atteggiamento della fede. […]

Che Gesù sia la forma centrale della rivelazione intorno alla quale tutti gli altri momenti della rivelazione salvifica si cristallizzano e si riuniscono, è cosa che il pensiero cristiano ha sempre saputo… La bellezza è, secondo Schiller, “libertà che si manifesta”, cosa che può e deve essere interpretata anche pienamente in modo ontico. La libertà che in Cristo si manifesta, è la libertà del Dio che non è costretto a nulla, che è in sé assoluto e che in sé riposa, del Dio che tuttavia, per libera grazia, si unisce per sempre e indissolubilmente con la creatura nell’unione ipostatica per manifestarsi e rappresentarsi in essa. Il Dio che noi ora e per l’eternità conosciamo è l’Emmanuele, il Dio per noi e con noi, il Dio che si rivela e si dona…; attraverso la finitezza di Gesù e di tutto ciò che è dato con la sua forma e vi è connesso, noi afferriamo l’infinito; attraverso la finitezza di Gesù e la sua profondità, incontriamo e troviamo l’infinito, o piuttosto siamo attratti o trovati da lui.”

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