E se non fosse il celibato a fare problema?

Voglio continuare a riflettere, per quanto sia doloroso. Credo sia il tempo di farlo. Per me e per altri. Sperando che queste lente e faticose “confessioni” siano innanzitutto occasione per guardare onestamente dentro di me. Se poi serviranno ad altri, ancor meglio.

Ho, infatti, ascoltato e riflettuto con vari amici in questi giorni, a profondità che raramente capitano. Vien quasi voglia di dire che occorrerebbe più spesso avere giorni difficili (quelli davvero difficili, in cui tutto ciò che conta viene contemporaneamente messo in gioco; i giorni in cui le parole “sono pietre” e gli animi “si provano col fuoco”), se questo non significasse dolore, talvolta insopportabile, per pochi o molti (non importa mai il numero).

E le riflessioni spesso sono andate a parare sul senso del celibato dei preti, sulla sensatezza della “resistenza” degli spiriti in questa distretta che è (inevitabilmente) “negazione della genitalità in nome in nome del regno dei cieli”. La facile ironia delle masse qui si incrocia col dramma personale di molti; dramma che le istituzioni continuano a negare (ora fingendo di non vedere, ora chiamandolo col nome di peccato e, quindi, affermandolo escluso da sé in modo ancor più squallido); dramma che ha molti volti: consumandosi ora nella sfinente solitudine della masturbazione; ora nel nascondimento del sesso, sperato o vissuto e, comunque, celato e negato; ora nell’abbandono del ministero, per rivendicazione di un diritto ad amare; ora, infine, nelle depravazioni figlie di anni di lotte interiori…. Comunque sia, la questione ha radici profonde.

Qualcuno le riduce a un semplice fatto. Il celibato. Se i preti non fossero celibi…! Ecco la panacea a tutti i mali, a ogni sorta di perversione, alle indegne violenze…! Se i preti fossero tutti sposati, non ci sarebbero né drammi né tragedie! Se avessero una famiglia capirebbero meglio se stessi e gli altri! Se vivessero serenamente la loro sessualità, non avrebbero bisogno di nascondere nulla, poiché la natura farebbe il suo corso!

Paradossalmente, vista la mia vicenda personale, dovrei essere il primo a difendere questa tesi. Eppure, in me, qualcosa si ribella a questa, che sento una semplificazione. Poiché se guardo ai coniugati, a coloro che dovrebbero, secondo natura, vivere un’umanità serenamente (poiché genitalmente) ben orientata, non trovo consolazione.

I preti celibi vanno a puttane? E quanti sposi, mariti e padri fanno lo stesso?

I preti celibi sono pedofili? E quanti drammi di violenza trovano fertile terreno nelle nostre famiglie, nei padri coi figli (ancora oggi la percentuale di violenze sessuali in famiglia è la più alta)?

I preti celibi sono omosessuali? Quanti mariti e mogli lo sono, e sono tentati a loro volta dal fascino della transessualità, dalla promiscuità, a causa di una vita sessuale divenuta “nausea e noia”?

I preti celibi nascondono le amanti? Quante donne e uomini felicemente coniugati nascondono a se stessi, al coniuge e ai figli la medesima condizione?

I preti celibi rischiano comportamenti deviati? E quanti preti sposati (ci sono ben casi di pedofilia e devianze nelle chiese anglicane, protestanti, ortodosse) rischiano le medesime derive?

E se, alla fin fine, non fosse il celibato a fare problema? Se la questione fosse più profonda? Se si trattasse di noi, di come siamo, di come viviamo?

Vorrei provare a tener separati questi tre temi:

1. il senso del celibato (e di realtà a esso simili, quali la vedovanza, per esempio, o le vite di coppia in cui, per vari motivi, non si pratica più sesso tra i coniugi…)

2. le radici delle devianze sessuali nei ruoli di governo (governo delle coscienze, dell’economia, della società…)

3. il rapporto tra vita spirituale “radicale”, ossia nelle sue forme “migliori” (dedizione ai poveri, scelta monastica ed eremitica, rigorosità morale…) ed equilibrio psicologico.

Spero di riprendere a breve la questione e di avere qualche “soccorso” nella mia riflessione.

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