In margine alla vicenda di don Alberto

A occhi aperti

Conosco e sono amico (abbiamo studiato teologia insieme) di don Alberto Barin da trent’anni circa. Da quando è stato nominato cappellano delle carceri di San Vittore sono stato un paio di volte a trovarlo e a chiacchierare con lui. Poi, come capita con gli amici, ci siamo persi di vista. Fino a ieri sera, quando la telefonata di un altro amico comune mi ha rivelato quel che stava accadendo: le accuse, l’arresto (qui per la notizia)… Qui non voglio in nessun modo prendere posizione su don Alberto e su quanto ha compiuto o meno, e vorrei evitare anche da parte di chi legge e volesse intervenire la classica presa di posizione su innocenza e/o colpevolezza: per questo esiste una magistratura che farà le sue indagini e, inoltre, non è questo il fine del presente blog.

Vorrei riflettere dall’unico punto di vista che davvero mi interessa, di cui questa vicenda è l’ennesimo segnale d’allarme, e che, mi accorgo, non è facile esprimere in poche parole. Pure, ci provo.

Il caso di don Alberto, come quello di molti altri sacerdoti negli ultimi anni finiti nella rete di un dramma che ormai assume dimensioni che vanno bel oltre il personale, e ben oltre l’ecclesiale, obbliga a una duplice riflessione di partenza, non essendo riducibile a una questione di semplice (e accomodante per le nostre coscienze) caso di “perversione” di un “malato” o peggio di un “peccatore”. E’ d’obbligo interrogarsi

1. su una questione che non riguarda solo i sacerdoti, ma che tocca la formazione personale ai valori e la capacità della gestione della sessualità nelle persone “sole e con potere” nella nostra società (si va ben oltre, quindi, la solita e decantata faccenda del celibato sacerdotale: abbiamo avuto ultimamente vari esempi, non certo di ecclesiastici, incapaci di gestire il rapporto tra potere personale e sessualità; e il fatto che la maggioranza delle violenze e degli atti pedofili sia ancora oggi all’interno dei nuclei familiari la dice lunga sul fatto che la causa dei comportamenti deviati a livello sessuale non è appannaggio della casta sacerdotale);

2. riguardo ai sacerdoti, d’altra parte, la domanda non è evitabile a un altro livello: che beneficio apporta la spiritualità cristiana nella gestione delle pulsioni? serve a qualcosa una vita interiore tesa alla “perfezione”, o è controproducente? l’invito a un celibato vissuto spesso in una solitudine drammatica (come può essere quella di colui che abita una stanza in un carcere, da quindici anni), non sovraespone, forse, a drammi che potrebbero essere evitati? Il silenzio (dovuto a una mentalità per cui il sesso è sporco, impuro, deviante) attorno alle personali pulsioni non conduce a cortocircuiti tra dinamiche affettive, sessuali e a soddisfazioni eternamente nascoste perché eternamente proibite?

Non basta invocare la solita frase: “Anche i preti sono uomini, anche i preti sono peccatori!”, per scusare comportamenti che, anche per l’uomo comune – non certo nei santi, non sarebbero accettabili. Proprio su questo blog, pochi giorni fa riportavo un testo di Charles de Foucauld, in cui risuonano forti queste parole:

“L’anima produrrà frutti esattamente nella misura in cui si sarà formato in essa l’uomo interiore. Se questa vita interiore è nulla, per quanto zelo si possa avere, buone intenzioni e molto lavoro, i frutti saranno nulli: è una sorgente che vorrebbe dare la santità agli altri, ma non può perché non la possiede: si dà solo quello che si ha.”

Ora, il problema è: che uomo (interiore: psicologico e spirituale) stiamo formando, nella nostra società e nelle nostre chiese? Come è possibile che quest’uomo “interiore” soffra derive come quelle della pedofilia e della violenza personale, in cui persino l’uso del potere “sacerdotale” e di “guida delle anime” diviene “abuso” delle stesse? Non si tratta, quindi, di dare la colpa a chi che, nel frangente, si è trovato incapace di gestire un peso di solitudine e di pulsioni col tempo diventate ingovernabili (mi ripugna l’ennesima solitudine in cui vengono gettati i preti “peccatori”, dalla stessa istituzione che li ha formati e che ora semplicemente li allontana!).

La questione riguarda tutti. Si tratta di chiedersi, seriamente: cosa non va in noi? Cosa non va nelle nostre proposte spirituali, nel nostro discernimento di anime, nel rapporto tra guida spirituale e potere sulla carne? Che cosa non va nella nostra società dai genitali sovraesposti? Cosa non va in me, uomo fragile e continuamente a rischio di trasformarmi in mostro? Cosa non va nei formatori di anime che poi si scoprono, nel tempo, sformate?

Mi piacerebbe che, di fronte a vicende come quelle di don Alberto, non si chiudessero, per l’ennesima volta, gli occhi: a occhi chiusi, infatti, è facile condannare, ma è altrettanto vero che, sempre a occhi chiusi, non si vede alcuna strada. Proprio nella speranza di intravederne qualcuna, tornerò su questo argomento (solitudine e potere) anche nei prossimi giorni. Probabilmente è ora (lo dico innanzitutto a me stesso) di affrontarlo con più coraggio.

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Un pensiero riguardo “In margine alla vicenda di don Alberto

  1. Ti ringrazio per la profondità e per lo sguardo non banale su quello che é avvenuto con Alberto.La questione é davvero complessa perché tocca diversi aspetti.Mi pare che il tema del potere sia uno di quelli importanti, ma senza dimenticare quello della fraternità tra preti. Inoltre credo che non vada neppure omesso quello della nostra identità biologica: entrando in questo mondo riceviamo un patrimonio di bene e di male potenziali.Mi ha sempr colpito il versetto del Salmo 50 che recita cosi’: ” dal seno di mia madre il male mi abita “. Come a dire che il male cresce in noi, come nostro. Comprendo quanto sia provocante e stimolante la proposta evangelica della grazia, cintesa come possibilità di rinascere dall’alto. Ma quanto é difficile, quanti combattimenti.
    Grazie perla pagina folgorante di C. DE Foucault, in cui indica che occorre generare l’uomo interiore. Come dicevi nel pezzo su Abramo, il nostro IO non é mai finito e totalmente compiuto.Il nostro IO é costantemente allargato e disteso.
    E a questo proposito come dimenticare tutto quello che ci ricorda l’ambiguità e la doppiezza che ci abitano?
    Aiutiamoci ancora a crescere in profondità. Mario

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