L’aborto, l’Irlanda e qualche cosa sulla libertà di coscienza

La questione della morte di Savita Halappanavar (la donna indiana morta pochi giorni or sono per setticemia in seguito alla negazione da parte di medici cattolici irlandesi dell’aborto terapeutico) riapre un drammatico problema sia in seno alla comunità civile che nell’ambito cattolico.

Credo che occorra porre alcuni punti di riferimento precisi e obiettivi di fronte al duro dibattico che è subentrato e che, come spesso capita alla nostra liquidissima società, nel giro di pochi giorni si è già spento, mentre, mi sembra, è uno dei veri e seri temi del dibattito tra religione e laicità.

Cerco di portare un breve contributo, molto “immediato” e poco riflesso ancora, tanto per provare a porre qualche punto fermo.

Il mio parere è:

1. Quello che viene presentato come un diverbio insanabile tra laicità e cattolicesimo è in realtà una questione molto più profonda che si basa sul riconoscimento o meno del fatto che il feto sia vita umana. Tutto, checché si dica, ruota e dovrebbe ruotare anche a livello di opinione pubblica e diritto internazionale, attorno a questo riconoscimento. Infatti, se il feto è vita umana fin dal concepimento, l’aborto corrisponde a omicidio; se non lo è, non vi corrisponde. Tertium non datur, avrebbero detto gli scolastici.

2. In secondo luogo, e conseguentemente, si tratta di comprendere in quale modo si possa definire l’inizio della vita in quanto “umana”. E qui nascono le discordanze. In un dibattito serio non si tratta di stare a disquisire sul momento in cui viene o meno immessa l’anima nel corpo. Questo io lo lascerei a chi ha tempo da perdere su questioni irresolvibili se non in maniera apodittica. Né mi sembrano risolutive indicazioni come quelle per cui vi sono vite umane di serie A e di serie B: vite umane in nuce che sarebbero di minor valore di vite umane già sviluppate. La prima questione da affrontare sta tutta qui: il feto è davvero o no vita umana completa fin dal concepimento? La scienza può aiutare nel definire il dilemma?

3. Se quanto detto prima ha senso (e credo che l’abbia), bisogna smetterla di porre sullo stesso piano (sia dalla critica laica che dalla morale cattolica) le due ben distinte questioni di contraccezione e aborto. Sono due problemi completamente diversi. Che poi tenerli uniti serva alla pubblicistica di una parte o dell’altra, è insignificante per la posta in gioco.

4. Venendo nel concreto: noi siamo un corpo sociale, con leggi civili (democratiche) e possibilità (ben definite) di obiezione di coscienza, sia in nome di principi laici, che religiosi. Ciò implica una serie di conseguenze insuperabili, che vanno sempre tenute presente.La prima: una scelta democraticamente voluta è obbligante anche per coloro che non la condividono; la seconda: per determinare una obiezione di coscienza nel favorire un diritto altrui che lo Stato (laico) ha accolto per volontà democratica (ossia nella considerazione che le altre coscienze, le coscienze dell’altro e degli altri, valgono quanto la mia nel determinare il bene! questo è infatti l’unico motivo per cui una democrazia è migliore di una oligarchia dei saggi), perché – dicevo – io possa obiettare in coscienza e per coscienza di fronte a una legge, deve darsi una serietà della mia “presa di coscienza e in coscienza” che va ben oltre una tradizione, una moda, una fede (che non è, ricordiamolo sempre, un sapere, ma un “ritenere”, un “affidarsi”); perché io possa obiettare in coscienza, devo avere piena coscienza che sto andando contro la legge per difendere qualcosa che ritengo essenziale al punto da metterci in gioco la mia vita e persino dall’attendermi una punizione da parte della società civile.

Ora, l’impressione è che si fa appello all’obiezione di coscienza senza prendersi carico delle sue conseguenze. E questo è grave in ogni ambito. L’obiezione di coscienza non è semplicemente un diritto “a buon prezzo”. Altrimenti, la coscienza perde il suo valore.

Perciò, e concludo questo abbozzo (che tale resta per ora): la vera questione in gioco nel caso della morte di Savita è certamente attinente alla legge sull’aborto in Irlanda, ma provoca ben oltre a quella stessa legge, almeno su due questioni assolutamente non risolte:

1. l’aborto è o non è un omicidio?

2. fino a quale punto è lecita l’obiezione di coscienza e quando diventa, invece, punibile?

Si tratta, ripeto, di riflessioni ad alta voce, ancora poco sistematiche. Spero di avere il tempo di ritornarci sopra.

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