La vocazione del solitario

Thomas Merton

(1915-1968) Pensieri nella solitudine, Garzanti 1959

Thomas Merton con il Dalai Lama

Vocazione alla solitudine. Darsi, consegnarsi, affidarsi completamente al silenzio di un vasto paesaggio di boschi e colline, o mare, o deserto: star fermo, mentre il sole sale sulla terra e ne colma di luce i silenzi. Pregare e lavorare il mattino, lavorare e risposare il pomeriggio e fermarsi di nuovo a meditare alla sera quando la notte cade su quel paesaggio e quando il silenzio si riempie di tenebra e di stelle. Questa è una vocazione vera e speciale. Pochi sono disposti ad immergersi completamente in un tale silenzio, a lasciar che se ne impregnino le loro ossa, a respirare solo silenzio, a nutrirsi di silenzio e a mutare la sostanza della loro vita i un silenzio vivo e vigile.

Martire è chi ha preso una decisione così forte da poter essere provata dalla morte.

Solitario è chi ha preso una decisione così forte da poter essere provata dal deserto: ossia dalla morte.

Perché il deserto è pieno di incertezza, di pericolo, di umiliazione e di timore, e il solitario vive tutto il giorno di fronte alla morte.

E’ dunque evidente che il solitario è il fratello minore del martire. E’ lo stesso Spirito Santo che prende la decisione di segregare in Cristo martiri e solitari.

La vocazione al martirio è carismatica e straordinaria. Così è anche in un certo senso la vocazione alla solitudine.

Non si diventa martiri per un piano umano e non si diventa solitari per un nostro disegno personale.

Persino il desiderio di solitudine dev’essere soprannaturale se si vuole che sia effettivo e se è soprannaturale sarà probabilmente anche in contraddizione con parecchi dei nostri pieni e desideri. Possiamo sì studiare, prevedere e desiderare il sentiero che ci porta al deserto, ma alla fine è Dio e non gli uomini che fa i solitari.

Non importa se siamo chiamati alla vita di comunità o alla solitudine, la nostra vocazione è quella di essere costruiti sul fondamento degli Apostoli e dei Profeti, e sulla pietra angolare, Cristo. Questo significa che siamo chiamati a compiere e realizzare il grande mistero della potenza di Cristo in noi, di quella potenza che Lo ha risuscitato dalla morte e che ci ha chiamato dagli estremi confini della terra a vivere per il Padre in Lui. Qualunque sia la nostra vocazione, siamo chiamati ad essere testimoni e ministri della divina Misericordia.

Il solitario cristiano non cerca la solitudine soltanto come un’atmosfera o uno stato propizio ad una spiritualità speciale e superiore. E non la cerca neppure come mezzo favorevole per ottenere quello che desidera – la contemplazione. La cerca come un’espressione del dono totale di se stesso a Dio. La sua solitudine non è un mezzo per ottenere qualche cosa, ma un dono di sé.

Come tale può implicare rinuncia e disprezzo del “mondo” nel senso peggiorativo. Non è mai una rinuncia alla comunità cristiana. Può invero esprimere la convinzione del solitario di non essere abbastanza buono per la maggior parte delle pratiche esteriori della comunità, la convinzione che suo compito è quello di adempiere qualche funzione segreta nella cantina spirituale della comunità

La vita solitaria è soprattutto una vita di preghiera.

Non preghiamo per pregare, ma per essere ascoltati. Non preghiamo per udirci pregare, ma perché Dio possa ascoltarci e risponderci. Ed anche non preghiamo per ricevere una risposta qualsiasi: dev’essere la risposta di Dio.

Quindi un solitario sarà un uomo sempre in preghiera, sempre intento a Dio, sempre sollecito della purezza di questa sua preghiera, attento a non sostituire le sue risposte a quelle di Dio, attento a non fare della preghiera fine a se stessa, attento a mantenerla segreta, semplice e pura. Così facendo può misericordiosamente dimenticare che la sua “perfezione” dipende dalla sua preghiera: può dimenticare se stesso e la vita in attesa delle risposte di Dio.

Mi sembra che ciò non sia del tutto comprensibile se dimentichiamo che la vita di preghiera si fonda sulla preghiera di supplica – qualunque sia, più tardi, il suo sviluppo.

Lungi dal distruggere la purità della preghiera solitaria, la supplica ne conserva e difende la purezza. Il solitario, più di ogni altro, è sempre consapevole della sue povertà e dei suoi bisogni di fronte a Dio. Siccome dipende direttamente da Dio per ogni cosa materiale e spirituale, deve tutto chiedere. la sua preghiera è espressione della sua povertà. la domanda, per lui, può difficilmente diventare una pura formalità, una concessione che si fa a consuetudini umane, come se non avesse bisogno di Dio in tutto.

Il solitario, essendo uomo di preghiera, arriverà a conoscere Dio, riconoscendo che la sua preghiera è sempre esaudita. Di lì può procedere, se Dio vuole, alla contemplazione.

La gratitudine è quindi il cuore della vita solitaria come lo è della vita cristiana.

Dal primo giorno passato nella solitudine, l’eremita dovrebbe applicarsi a comprendere come deve affliggere tutto il suo essere con lacrime e desideri di fronte a Dio. Allora sarà come Daniele a cui l’Angelo portò la risposta di Dio (cf. Danno alla persona X, 12): “Non temere, Daniele: perché dal primo giorno che, per ottenere intelligenza, ti sei messo in cuore di darti alla penitenza nel cospetto del tuo Dio, le tue parole sono state esaudite…”.

Il grande compito della vita solitaria è la gratitudine. L’eremita è uno che conosce meglio degli altri la misericordia di Dio perché tutta la sua vita dipende completamente, nel silenzio e nella speranza, dalla segreta bontà del nostro Padre celeste.

Più mi addentro nella solitudine, più vedo con chiarezza la bontà di tutte le cose.

Per poter vivere con gioia in solitudine devo avere una conoscenza piena di comprensione della bontà degli altri, una conoscenza piena di riverenza della bontà di tutta la creazione ed una umile conoscenza del mio corpo e della mia anima. Come potrò vivere in solitudine se non scorgo dovunque la bontà di Dio, mio Creatore e Redentore e Padre di ogni bene?

Che cosa è che mi ha reso cattivo e odioso a me stesso? E’ la mia follia, la mia cecità, che, per il peccato, mi ha posto contro la luce che Dio ha messo nella mia anima perché sia riflesso della sua bontà e testimonianza della sua misericordia.

Scaccerò dunque il male dalla mia anima lottando contro la mia cecità? Non è questo che Dio ha disposto per me. Basta che mi distolga dalla mia tenebra e mi volti verso la luce. Non devo fuggire da me stesso: basta che mi ritrovi non come mi sono fatto da me, per la mia sciocchezza, ma come mi ha fatto Lui nella sua sapienza e mi ha rifatto nella sua misericordia infinita. Perché è sua volontà che il mio corpo e la mia anima siano il tempio del suo amore e tutto il mio essere riposi nella sua pace. Allora lo conoscerò davvero, perché io sono in Lui ed Egli è realmente in me.”

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