L’evangelizzazione da una prospettiva africana

François Kabasele Lumbasa

I temi del Sinodo appena concluso non sono certo nuovi. La questione dell’evangelizzazione appartiene alla storia stessa della Chiesa. Di seguito, una riflessione di uno dei più apprezzati e originali teologi africani.

Da Le sfide missionarie del nostro tempo, Milano, 1994, pagg. 117ss.

Vediamo… che cosa può comportare la prospettiva di una missione nell’ottica dell’inculturazione.

a) Inculturare significa adottare la civiltà dell’altro

Senza essere attaccati “mordicus” alla propria civiltà. Come cittadini del mondo. In effetti, nella linea dell’incarnazione, la missione non può farsi che nel rispetto dell’uomo da evangelizzare: rispetto dei suoi valori e della sua cultura. Dio ha rispettato l’uomo sino in fondo. Egli si è fatto ebreo, non perché l’essere tale fosse necessario per la salvezza, ma perché ha voluto così e perché non esiste un uomo “universale” che non abbia radici da qualche parte… Lo straniero è necessario nelle strutture di organizzazione di ogni Chiesa locale: egli dimostra che il Vangelo è sempre ricevuto da qualche parte, qui o altrove. Ma questo è necessario in entrambi i sensi: nel senso degli europei in Africa, e in quello degli africani in Europa…

b) Inculturare significa partecipare alle stesse lotte

Come si può “rimanere” con gli Africani di oggi senza prendere parte alle loro lotte per il recupero della loro dignità e della loro libertà, senza coniugare i propri sforzi ai loro, nella lotta per risanare le condizioni economiche e socio-politiche della loro esistenza, per una migliore qualità della vita?

Si è spesso (e a sproposito) opposta l’inculturazione alla “liberazione”. Si tratta della stessa lotta, ma essa è su due fronti. Mi sembra che il fronte della cultura inglobi quello delle lotte politiche di liberazione, perché la cultura costituisce il condizionamento primordiale e la cornice di tutti i nostri progetti. Lo sfruttamento coloniale non si era basato su un’antropologia negativa per i neri, giustificando l’azione coloniale con la loro inferiorità e una pretesa assenza di cultura? Il recupero dei valori e della dignità di questa cultura può essere così una potente leva per scuotere i vari gioghi che pesano sui nostri paesi. […]

c) Inculturare significa farsi povero e familiare con i nostri fedeli

La disgrazia della missione, che ha evangelizzato l’Africa, sta nel fatto che fu condotta da nazioni potenti e dominatrici, tanto che il Vangelo non appariva più come la “follia” che rovescia la “saggezza” delle nazioni, ma al contrario come la potenza che viene a spazzare via la debolezza…

E in questo vizio è il missionario stesso che aveva bloccato l’inculturazione, perché, a quell’epoca, egli non veniva per farsi uno di noi, ma per essere il nostro “benefattore”, il nostro “salvatore” e il nostro patrono. Egli non voleva diventare “nero” con i Neri, ma tendeva a fare dei “Neri” dei “nuovi Bianchi”… Il bianco coloniale non aveva nulla da imparare da noi; non eravamo noi dei poveri selvaggi e lui il civilizzato? Fu una mancanza clamorosa della virtù cristiana della povertà. Solo coloro che sono “poveri” di cuore possono, infatti, apprendere qualche cosa dagli altri e possono veramente conoscere l’altro. …

L’inculturazione è un rimedio potente contro questo vizio, perché essa ci fa adottare, oggi, degli atteggiamenti di povertà nella missione, spingendoci a diventare familiari e prossimo per i nostri fedeli, condividendo le loro condizioni di vita, vivendo al loro fianco, partecipando alle loro pene, alle loro lotte e alle loro gioie”.

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2 pensieri riguardo “L’evangelizzazione da una prospettiva africana

  1. Interessante, Natale… Purtroppo per esperienza personale ho dovuto spesso constatare come spesso gli africani siano stati i primi ad abbandonare la loro terra, tanto a livello migratorio quanto a livello culturale (e teologico). Gli esempi in campo ecclesiastico (studenti in fuga dalle loro diocesi, che finiscono per rincorrere il miraggio di un lavoro ai nostri semafori) non sono incoraggianti… Grazie dello stimolo a pensare!

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    1. Vero quel che dici. Ed è un po’ il segno di un tempo in cui si sono perse molte “interessanti ipotesi” sia in ambito ecclesiale che civile e sociale. La capacità di futuro, in molti ambiti, si è trasformata in vera e propria utopia (non luogo). Mi farebbe piacere se tu volessi un poco ampliare quel che lasci trasparire nella tua riflessione, soprattutto sul tema che qui semplifico, riprendendo un tuo accenno, come “teologia e semafori”.

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