Donna e cristiana in Africa: cosa significa?

Antoinette Bwanga, superiora del convento di Santa Teresa a Kinshasa

 

Da Le sfide missionarie del nostro tempo, Milano, 1994, pagg. 213ss.

Che cosa significa essere donna in Africa?

Si tratta essenzialmente di essere “sposa” e “madre”. La donna si realizza nel matrimonio, diventa adulta e responsabile della sua casa e nella società. Il matrimonio e la maternità rendono la donna “degna” e “rispettabile” socialmente. Essere “mamma” significa accogliere e portare la vita in sé, far crescere e proteggere la vita, partecipare, con il cosmo, alla creazione della vita. Ogni donna è potenzialmente una “mamma”, la crescita della vita biologica data alla nascita deve continuare nella vita di comunità dove le zie, le “yaya”, partecipano all’educazione, alla protezione della vita.

Essere sposa e madre significa essere educatrice e custode dei valori culturali, morali, religiosi del clan, che devono essere trasmessi di generazione in generazione per opera della donna. Di qui la probità del suo comportamento morale e la severità della società nei confronti della donna che trasgredisce le leggi morali e religiose. Essere donna e “mamma” significa essere il simbolo dell’interiorità: portatrice della vita e custode dei valori ancestrali…

Nella società tradizionale, la donna africana non è obbligata a lavorare al servizio dell’uomo o del clan, ma ella sa che solo facendo ciò che deve fare si può realizzare come donna. […]

La donna africana moderna, benché tormentata e scossa nel suo animo dalla tensione fra la tradizione e la modernità, dai disordini sociali di ogni sorta che suscitano in lei dell’inquietudine, dei germi di morte, di distruzione, porta ancora in sé abbastanza energia vitale, perché, grazie alla sua esperienza d’amore e di fede in Cristo morto e risuscitato, l’Africa torni ad essere una terra di fratellanza – fra l’uomo e la donna prima di tutto – di creazione di vita nuova e di sviluppo (lavoro).

E come parte della Chiesa, in comunione con gli altri uomini e donne, pastori e fedeli laici, religiosi e religiose, ella è chiamata a lavorare nella stessa vigna. Dovrà ella forse (sicuramente) cominciare con l’abbandonare la propria brocca per correre – liberata dalle violenze – verso la nostra società?

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