Parlare di Dio “in catene”. Un’esperienza dalla teologia “nera”

James Hal Cone

(1938- ), Il Dio degli oppressi, Brescia, 1978, pagg. 89ss.

Fra le tradizioni teologiche degli ultimi cento anni, quella cosiddetta “nera” o afroamericana è forse una delle più innovative e, contemporaneamente, delle più dimenticate. Nel nostro percorso dentro “le varietà” del parlare di Dio, non potevano mancare alcuni testi fondativi di questa che, tra l’altro, è una delle più interessanti variazioni su un tema di cui molti parlano e pochi si impegnano con risultati apprezzabili: la “teologia narrativa”.

Come la teologia bianca americana, il pensiero nero sul cristianesimo ha subito l’influsso del contesto sociale. Ma mentre i teologi bianchi parlano alla cultura della classe dominante e per la cultura della classe dominante, le idee religiose dei neri vennero invece forgiate nel Nord America dall’esistenza culturale e politica delle dittature. A differenza degli europei che immigravano in questa terra per sfuggire alla tirannia, gli africani arrivarono qui in catene per servire una nazione di tiranni. E’ stata l’esperienza dello schiavo a forgiare la nostra idea di questa terra. E questa differenza sociale tra l’esistenza degli europei e degli africani va riconosciuta se vogliamo comprendere correttamente il contrasto esistente nella forma e nel contenuto della teologia nera e di quella bianca.

Qual è allora la forma ed il contenuto del pensiero religioso nero visto alla luce della sua situazione sociale? In breve, la forma del pensiero religioso nero si esprime nello stile del racconto, e il suo contenuto è la liberazione. La teologia nera, dunque, è la storia della lotta dei neri per la libertà in una situazione estrema di oppressione. Di conseguenza, non c’è una netta distinzione tra il pensiero e la pratica, il culto e la teologia, perché le riflessioni teologiche dei neri sono nate nella lotta per la libertà.

I teologi bianchi costruivano sistemi logici; la gente nera si esprimeva con dei racconti. I teologi bianchi discutevano sulla validità del battesimo dei bambini o sul problema della predestinazione e del libero arbitrio; i neri recitavano le storie bibliche di Dio che libera gli Israeliti dalla schiavitù d’Egitto, di Giosuè e la battaglia di Gerico, e dei fanciulli ebrei nella fornace ardente. … Il pensiero bianco sulla visione cristiana di salvezza era in massima parte “spirituale” e qualche volta “razionale”, ma di solito separato dalla lotta concreta per la libertà in questo mondo. Il pensiero nero era per lo più escatologico e mai astratto, in rapporto di solito con la lotta contro l’oppressione terrena. […]

[Talvolta] la storia della salvezza era descritta come “il treno del Vangelo”. I neri descrivevano questa realtà come attesa escatologica: “Il treno del Vangelo sta arrivando”. Ma la consideravano anche già realizzata nel loro presente: “Lo sento, è già qui” e “sento le ruote del convoglio che corrono rumoreggiando nella prateria”. Si può “sentire il fischio” e “sta arrivando dalla curva”. […]

La salvezza non era soltanto un treno e una nave, era anche un cocchio, che si dondolava lieve, “che viene qui per portare a casa”. Essa era “quella religione dei vecchi tempi” che portava gli schiavi fuori dalla schiavitù, e “portava loro bene quando erano in difficoltà”. Essa era la “roccia in una terra desolata” e “il riparo durante la tempesta”. … Durante la schiavitù e relativa oppressione essi non si abbandonarono mai alla disperazione per la presenza di Colui che controlla la vita e può superarne le contraddizioni. E’ questo il tema della religione nera…

Nelle chiese nere, chi predica la Parola è prima di tutto un narratore. Infatti quando una comunità nera invita un ministro come pastore, si pone soprattutto la domanda: “E’ capace il reverendo di narrare la storia?” Questa domanda si riferisce sia al tema della religione nera, sia al fatto del narrare in se stesso.”

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