L’uomo, tra computer e consapevolezza

La questione del “sé”, di chi siamo, di chi possiamo essere, di ciò che comprendiamo, si apre a scenari nuovi grazie ai lavori sulla neurologia. Cambierà, ne sono certi in molti, il concetto di “sé”. Ma anche quello di “anima” e di “relazione”. Cambierà (già sta cambiando, benché alcuni fingano di non accorgersene) persino il concetto di spiritualità e, di conseguenza, di religione.

Riportiamo parte di un’intervista al professor Faggin, l’inventore (se così si può dire) del primo microprocessore e del touchpad. L’intera intervista si può leggere cliccando qui.

Professor Faggin, lei ha lavorato prima sul microprocessore, il cuore del pc, poi su touchpad e touchscreen…
«Il cuore e la pelle, sì».

Ora si occupa della sua «anima».
«Di consapevolezza. Verso la metà degli anni ’80 mi ero interessato alle reti neuronali, si cominciava a capire qualcosa di come funziona il cervello umano e su quella base mi sono buttato in questa nuova direzione per cercare di realizzare un nuovo componente informatico di tipo “cognitivo”: l’idea era quella di costruire un computer che impara da solo e quindi potrebbe evolvere come un sistema vivente. Quello che conosciamo oggi non impara niente, è una macchina che, semplicemente, fa perfettamente e molto velocemente ciò che gli si dice di fare».

L’uomo è un’altra cosa.
«Noi abbiamo la capacità di captare dai sensi le regolarità dell’informazione che ci attraversa, e da queste all’interno del nostro cervello sappiamo costruire un modello della realtà. Quanto all’architettura del sistema, a come ciò possa avvenire, però, abbiamo fatto pochi passi. Io mi sono buttato in quella direzione, con le reti neuronali già si potevano realizzare certe strutture di riconoscimento di immagine e della voce che erano molto meglio dei tradizionali modi dell’intelligenza artificiale top-down, ma dopo cinque anni mi è parso chiaro che non era possibile arrivare per quella strada a costruire un sistema cognitivo».

Ed è stato conquistato da domande più filosofiche.
«Man mano che studiavo la neuroscienza mi chiedevo perché nessuno nominasse mai il problema della consapevolezza. Era come l’”elefante nella stanza”, come si dice in inglese, cioè qualcosa che è impossibile non notare, ma che nessuno voleva riconoscere. Come funzioni, che cosa sia la coscienza non lo sappiamo».

Qual è la differenza fra un computer di oggi e quel poco che riusciamo a capire del cervello? Un tipo di «processore» diverso?
«Non capiamo come il cervello rappresenti l’informazione. In un computer attuale essa è rappresentata con numeri binari che sono stivati in memoria…. Nel cervello non sappiamo neppure dove si trovi la memoria! E tanto meno che tipo di information processing avvenga. Sappiamo un po’ di cose del funzionamento di questo e di quello, ma sono pezzettini, ci manca un’idea dell’architettura del sistema. Il cervello umano sembra usare vari approcci (analogico, digitale, spaziale, temporale), ma non si capisce come siano collegati. Rimane il grosso mistero di come tutto funzioni in un sistema che, oltretutto, è in grado di svilupparsi dal bambino fino all’adulto in maniera autonoma, e persino di ripararsi da solo: qualcosa di “magico”. Tutta la nostra information technology è una stupidaggine se paragonata al cervello umano».

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