Solo gli oppressi possono essere creativi

Rubem Azevedo Alves

(1933-  ) Il figlio del domani, Brescia 1974, passim: teologia della cattività

Figura tra le più importanti non solo della teologia ma della cultura brasiliana, Alves propone in questo brano, la cui stesura risale agli anni 70, ma che sembra scritto oggi, una provocazione attualissima: la creatività non appartiene a coloro che stanno sugli scranni del potere, ma agli oppressi, agli ultimi. E la cosa vale anche per il potere ecclesiale. Quando il governo delle anime non è più presso gli ultimi, finisce di essere creativo.

“La nostra generazione ha creduto d’essere ad una svolta della storia, e che un mondo nuovo stesse per sorgere. Ci sentivamo come gli ebrei dell’esodo verso la terra promessa. Oggi abbiamo la sensazione che la realtà sia ben diversa. Siamo esuli e prigionieri ed è improbabile che si possa, un giorno, vedere la terra promessa. Di qui nasce la nostra frustrazione. Che fare? […]

Supponiamo che l’individuo risolva di non rinunciare alle sue speranze e aspirazioni. In passato i santi hanno costruito monasteri, i veggenti hanno fondato sette esoteriche, e uomini i più diversi si sono persuasi che i loro valori erano fiori, troppo delicati per poter crescere nel deserto umano tra sassi, cactus e serpenti. Il mondo è diabolico. Come vi si può coltivar con amore un fiore? Così, con infinita pazienza hanno costruito una serra per piantarvi i semi delle loro speranze. Lontano e separato dal mondo, questo è lo spazio e il tempo della venuta del Messia. Lontano e separato dal mondo, questo è il luogo nel quale la vita può essere autenticamente umana.

Ecco il vangelo della contro-cultura Raccoglie con infinita tenerezza i valori che il mondo ha rigettato e li pianta nella “comune”. “Guarda”, sembra che dica, “il futuro è già arrivato. E’ in mezzo a noi. L’esperienza della pienezza non è una speranza lontana da realizzarsi in un mondo che rifiuta d’essere redento. E’ reale nell’immediatezza del nostro presente. Mangia e bevi! Godi del gioco, della festa, della droga, del sesso, delle esperienze mistiche, della fantasia: questi sono i sacramenti del divino! E’ venuto il tempo del godimento”. […]

Ma questa intenzione non ha raggiunto il suo obiettivo, così alla gente è rimasto un problema: che fare di quell’insieme di sensazioni create dalla percezione che fosse giunto il momento di un nuovo concepimento? Continuando ad usare questa immagine: ora che il rapporto e la gravidanza sono falliti, che fare di tutte le emozioni che volevano portare ad una nuova creazione? L’intenzione creativa viene risolta con una sublimazione in senso derivato e con esperienze che abbiano senso immediato. La volontà di fecondità viene dissolta con la masturbazione: danza, feste, visioni mistiche, esperienze che producono piacere e che non hanno alcuna fecondità. Così ci si contenta di una “gratificazione sostitutiva”. Quando la contro-cultura proclama che il Messia è già arrivato nella “comune”, quando annuncia che non è più necessaria la politica e che è passato il tempo della creatività ed è giunto l’eterno sabbath, essa non s’accorge di essere profondamente coinvolta in un processo di sublimazione. Il suo stile di vita presentato come ribelle, di fatto finisce per essere l’oppio del popolo. Il corpo non crede più in se stesso né nel suo potere di trasformare la terra, e risolve le sue frustrazioni drogandosi con il presente. Così, procurando dei mezzi orgiastici, mistici e filosofici per la sublimazione della creatività, la contro-cultura trasforma quegli impulsi che non sono funzionali per il corpo, in forme di vita funzionali proprio per quell’organizzazione che rifiuta.

Così procede la vicenda della nostra frustrazione. […]

La nostra confusione mentale è dovuta al fatto che i criteri da noi usati per analizzare la nostra condizione umana non valgono più. Auscultiamo il grembo del nostro momento storico nella speranza di udire il battito cardiaco del bimbo e invece non sentiamo nulla. Ciò non significa necessariamente che non vi sia alcun fatto creativo in fase di gestazione, ma che qualcosa non funziona nel nostro stetoscopio. Noi siamo insicuri perché, come ha scritto Bonhoeffer, viviamo ad una svolta della storia e il nuovo che sta formandosi “non è percepibile nelle alternative del presente”.

Il problema della speranza è quello di far emergere la forma che l’evento creativo assume in una situazione di non libertà. Ritorniamo così a Geremia. La sua lettura della storia gli aveva insegnato che on tutti i tempi sono momenti di esodo. Come una donna non può generare se prima non è incinta, così la storia non può produrre la liberazione se le condizioni non sono mature. […]

In senso più ampio, la prigionia non è tempo di nascita. Non è questa la forma che l’evento creativo potrebbe assumere nel presente. Ma può essere tempo di concepimento. Se la nostra non è la stagione della mietitura, può ben essere tempo di semina. La nostra terra sembra “povera e infeconda”. “Nessun albero d’alto fusto vi può crescere” (Nietzsche). Ma non importa. Nonostante, anzi proprio perché i nostri alberi sono tagliati, l’aria è inquinata dalla paura e il terreno trasformato in un immondezzaio, una nuova semente deve essere seminata: il seme della speranza.

Questo è l’impegno politico oggi possibile.

Se il nostro bimbo non può essere generato ora, possiamo fare del nostro tempo il momento del concepimento. Secondo le parole di Buber il nostro compito è quello di “creare qui e ora lo spazio attualmente possibile per le cose per le quali stiamo lottando, così che un domani possano arrivare a compimento”.

Da dove iniziare l’atto creativo? Che cosa dovremo fare?

Queste domande non hanno risposta. La Bibbia non sa nulla dei meccanismi del concepimento e della nascita di un evento creativo. Il semplice fatto che la creatività implica l’abbandono dei presupposti fino ad oggi sostenuti, indica che non può essere spiegata come il risultato di una causa che sta più a monte. “Il vento soffia dove vuole, tu ne senti la voce, ma non sai donde venga e dove vada. Così è di chi è nato dallo Spirito” (Gv 3,8). “L’atto creativo”, ha detto Jung, “sfuggirà sempre alla comprensione umana”.

La Bibbia non ci dice come ciò avvenga ma solo che avviene. Questo è il campo della “sociologia della liberazione” che si articola con i contenuti dei simboli biblici, dei miti e delle favole. Non spiega, descrive. Non formula ricette ma indica i segni o i frutti dello Spirito Per usare un linguaggio tradizionale, noi non siamo salvati per mezzo delle opere: noi non possiamo produrre l’evento creativo. Siamo salvati per grazia. L’evento creativo semplicemente si compie e ci si offre senza che noi si possa addurre una spiegazione della sua genesi. L’unica cosa che possiamo fare è lasciarci coinvolgere.

La Bibbia risponde alla domanda sulla formazione storica dell’atto creativo indicando la comunità. La “comunità di fede” è quella realtà sociale che è il luogo d’incarnazione della creatività. In essa la creatività prende carne e ossa. In questa comunità il futuro si distende nell’oggi: è la “obiettivazione dello Spirito”, il luogo nel quale l’intuizione creativa e l’intenzione creativa diventano potere creativo. […]

Il nostro compito è allora quello di essere in grado di riconoscere il contrassegno sociale dell’evento creativo. Qual è la sua fisionomia? Come si manifesta?

La risposta biblica è abbastanza inquietante. Solo gli oppressi possono essere creatori. E questo perché solo gli oppressi hanno la volontà di abolire i presupposti del potere che sono alla base della loro oppressione. […]

La sofferenza prepara l’animo alla visione. La personalità si rifiuta di accettare le cose come stanno. Dispiega le ali e il cuore emigra verso gli orizzonti del futuro. L’immaginazione è nata e con essa il futuro ideale che la comunità della sofferenza genera dalla sua situazione esistenziale. Ogni gemito degli oppressi contiene una visione del Regno che deve venire.

Se non fosse per questa visione, la comunità sarebbe prigioniera della tattica della negazione. In se stessa, la sofferenza può produrre solo amarezza, risentimento e moti di reazione. Da sola, la sofferenza non è creativa. Deve prima diventare feconda, dar vita alla speranza. Quando la comunità dà respiro alla speranza allora è il momento nel quale, abbandonata la morale del risentimento, la comunità diventa creativa. E’ il momento in cui ci si accorge che perché il deserto diventi giardino non basta strappare spine e cardi: bisogna piantare fiori e alberi da frutto.

Una nuova realtà è così generata. Vinto il risentimento, la speranza diventa la matrice delle emozioni, la preoccupazione ultima, l’“idea” più alta (Durkheim), lo spirito della comunità. “Una semplice possibilità si concretizza e diventa reale prima di esistere nei fatti” (L. Kolakowskj). Così la comunità della speranza è una realizzazione parziale del sogno di veggenti che credono nell’utopia. Secondo questo sogno è il futuro che oggi va realizzandosi nel presente. La comunità è un “campione” del “non ancora”, l’aperitivo di un banchetto che deve venire. […]

I nuovi valori, sacramenti del futuro, devono esser vissuti nell’oggi. Si può far festa, danzare, giocare, gustare la meraviglia, riscoprire il corpo, ma come, se ci si intossica con l’aperitivo? Se ci si ingozza proprio mangiando le primizie? L’anitra selvatica non volerà più e i viandanti nel deserto preferiranno le pentole di carne dell’Egitto. Se la danza, il gioco, la festa e i prodigi diventano gratificazione sostitutive, finiranno col sublimare l’intenzione creativa della comunità. Perché la creazione di realizzi, non si devono separare sofferenza e speranza. La sofferenza è la spina che ci impedisce di dimenticare il compito politico, ancora incompiuto, che deve essere portato a termine. E la speranza è la stella che indica la rotta da seguire. Sofferenza e speranza vivono l’una per l’altra. La sofferenza senza speranza genera risentimento e disperazione, la speranza senza sofferenza crea illusioni, ingenuità ed ebbrezza.

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