Un tema che, a volte, ritorna: fuori dalla Chiesa (cattolica) non c’è salvezza?

Karl Rahner

(1904-1984), Nuovi saggi, Roma, 1968, passim: la figura del “cristianesimo anonimo”.

Alcuni interventi al Sinodo sull’Evangelizzazione hanno ripresentato uno dei temi più problematici della teologia cattolica, riassumibile nel famoso assunto: extra ecclesia, nulla salus (fuori dalla chiesa non c’è salvezza).

Voglio riprendere con calma questa tesi e lo farò domani. Oggi riporto un brano di Rahner, che ha tentato qualche personale strada di risoluzione attraverso il contestato argomento del “cristianesimo anonimo”. L’argomentazione è tuttora provocante e, forse, una delle poche a prendere sul serio la duplice questione: “è necessario il cristianesimo perché l’uomo sia salvo?”; “non possono esistere altre vie per la vita eterna (o comunque la si voglia chiamare)?”

Dovendo noi tener presenti assieme entrambi i principi: la necessità della fede cristiana e l’universale volontà salvifica dell’amore e dell’onnipotenza divina, ci riesce di farlo unicamente in un modo. Il modo è il seguente: tutti gli uomini devono sotto un certo aspetto poter appartenere alla chiesa; e questa loro facoltà non può venir intesa nel senso d’una possibilità soltanto logica ed astratta, bensì reale e storicamente concreta.

A sua volta, ciò vuol dire che debbono esistere vari gradi di appartenenza alla chiesa. Debbono esistere in senso ascendente, partendo dall’essere battezzati, passando alla piena professione della fede cristiana e al riconoscimento del governo visibile della chiesa, per giungere poi siano alla comunione di vita nell’Eucarestia, andando infine a sboccare nella santità realizzata.

Non solo. Ma debbono esistere anche in senso discendente, partendo ancora dal fatto esplicito di aver ricevuto il battesimo, per arrivare sino ad un cristianesimo non-ufficiale, per l’appunto anonimo, il quale però nonostante tutto può o dovrebbe persino venir lecitamente designato col nome di cristianesimo, quand’anche esso non possa e non voglia chiamarsi così. …

Come si può concepire tale anonima relazione dell’uomo col cristianesimo?

Evidentemente non può risultare abbinata automaticamente al suo stesso essere uomo. Il tentativo di cogliere la grazia della redenzione e del contatto di Dio in questo modo, le toglierebbe all’istante la qualità di grazia. Essendo una libera auto-comunicazione di Dio alla sua creatura, la grazia presuppone questa creatura, considerandola già in possesso della sua natura e della sua potenzialità esistenziale così da sussistere in sé e per sé, cantando la gloria di quell’onnipotente bontà che poté un giorno dire che essa “era buona”.

Al contempo però, a tale creatura deve essere stata concessa la capacità ulteriore di percepire ed accogliere la nuova e inderivabile munificenza di Dio nella sua rivelazione. In altre parole, essa deve necessariamente essere una creatura dotata d’una sconfinata apertura verso l’essere infinito di Dio, ossia deve essere quell’ente che noi chiamiamo spirito.

Il termine “spirito” designa la quiddità inoggettivabile previa e superiore ad ogni cosa singola conoscibile ed esprimibile; denota quell’apertura sempre dischiusa dall’appello creatore del mistero infinito, che è per principio l’elemento ultimo e primo, quel che tutto abbraccia, il fondamento abissale d’ogni concepibilità, d’ogni realtà e d’ogni potenzialità. …

Destato dalla sua parola creatrice, l’uomo si mantiene ora in attesa d’un ulteriore e più profonda rivelazione. Che farà la libertà divina? Lo terrà distanziato da sé col suo impenetrabile silenzio, oppure gli ha già dato la facoltà dell’udito affinché egli possa percepire la sua parola più specifica?

L’uomo quindi non solo è capace di udire un’eventuale parola nuova del suo arcano Iddio, ma nel senso or ora accennato la sta anche positivamente aspettando, quantunque non abbia il minimo diritto di pretenderla. Ogni negazione di questa sua preordinazione all’insormontabile Assoluto finirebbe implicitamente per riaffermarla, giacché essa pure parlerebbe con la pretesa della verità assoluta, sottostarebbe all’esigenza di un bene indiscutibile. …

Un rifiuto dell’offerta di Dio, lascerebbe l’uomo non in uno stato di natura pura e incontaminata, ma lo porrebbe in contraddizione con se stesso anche nell’ambito del suo stesso essere.

Dal punto di vista positivo, ciò significa che l’uomo, sperimentando la sua trascendenza e la sua illimitata apertura, sia pur sempre in modo inespresso e indicibile, sperimenta anche l’offerta della grazia: non necessariamente per via riflessa in quanto grazia, in quanto appello spiccatamente soprannaturale, bensì in quanto al contenuto. …

Prima ancora di giungere allo stadio esplicito di fede ufficialmente ecclesiale, questa accettazione può già verificarsi in un atteggiamento implicito: quando uno s’accolla e vive con tacita lealtà e pazienza il pesante fardello della sua vita quotidiana, al servizio dei suoi doveri di stato e delle esigenze impostegli dagli uomini a lui affidati.

Ciò che egli compie, non rappresenta allora soltanto la sua sostanziale adesione al muto mistero di Dio creatore. In altre parole, facendo questo egli non diventa soltanto un “teista” anonimo… Viceversa, in questo assenso dato a se stesso, egli mette già a frutto la grazia del mistero radicalmente accostatosi a noi. Nella formula: “Dio s’è dato all’uomo in una vicinanza immediata” si può forse sintetizzare l’essenza del cristianesimo.

Accettando realmente se stesso, l’uomo assume Cristo quale assoluto perfezionatore e garante del suo anonimo movimento verso Dio, provocato dalla grazia. E l’accettazione della fede, a sua volta, non è opera esclusiva dell’uomo, bensì opera della grazia di Dio, che è poi la grazia di Cristo e in definitiva anche la grazia della sua chiesa, la quale costituisce solo il prolungamento del mistero di Cristo, la sua perenne e visibile presenza nella nostra storia.

Per essere esatti, non bisogna andare troppo avanti, qualificando come “cristiano anonimo” qualsiasi uomo, sia che accetti o non accetti la grazia. Colui che per decisione fondamentale negasse e rifiutasse la sua subordinazione a Dio, mettendosi definitivamente in contraddizione con la sua concreta natura specifica, non andrebbe chiamato “teista”, e nemmeno “teista anonimo”. va invece chiamato così soltanto colui che – sia pur in modo ancora indistinto – onora veramente Dio.

Pertanto, indipendentemente da ciò che afferma nella sua riflessione concettuale, teoretico-religiosa, uno è davvero credente quando non dice nel suo cuore (come fa lo stolto dei Salmi): Dio non esiste, ma ne attesta invece la presenza attraverso la radicale accettazione della sua propria esistenza. Ora, allorché egli crede attivamente e in tutta verità al sacro mistero di Dio, non soffocando questa verità ma dandole ampio respiro nella sua vita, la grazia di questa verità da cui si fa guidare è pur sempre la grazia del Padre nel Figlio suo. E colui che s’è lasciato afferrare da questa grazia, può a pieno diritto venire da noi chiamato “cristiano anonimo”.

Nel termine “cristiano anonimo” è sottinteso che, al par di ogni altra realizzazione umana, anche questa non può né intende rimanere nella sua anonimità, ma tende invece alla esplicitazione del suo vero nome. …

A chi pensa di non potere o dovere credere (forse perché misconosce a quale immensa esperienza dell’amore inesorabile possa chiamarlo l’accettazione del suo accostamento all’uomo, che è mille miglia lontana dal distruggerne la misteriosità e la sublimità), a chi, a suo giudizio, non crede, le presenti considerazioni possono dire ben poco. Per essere esatti, non si rivolgono nemmeno a lui, quantunque di per sé possiamo richiamare pure lui ad ascoltare la voce che riecheggia nel suo intimo.

Di conseguenza, l’espressione “cristiano anonimo” viene senz’altro fraintesa, se si pensa che con essa si faccia un ultimo disperato tentativo di “salvare” ancora alla chiesa – contro ogni libertà dello spirito – ogni traccia di elemento buono ed umano nel senso stretto del termine, in un mondo in cui la fede cristiana sta sparendo.

Ma il cristiano, il quale vive in una situazione di “diaspora” che va sempre più acutizzandosi, il credente che si sente attaccato nella sua fede e nella sua speranza e che si trova posto di fronte ai suoi fratelli miscredenti potrà invece trarne distensione ed energia per mantenere una visione realistica delle cose.

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3 pensieri riguardo “Un tema che, a volte, ritorna: fuori dalla Chiesa (cattolica) non c’è salvezza?

  1. Ho letto attentamente questo post, e mi viene da rispondere con le parole di S. Agostino “Filius Dei qui semper in Patre veritas et vita est, assumendo hominem factus est via. Ambula per hominem, et pervenis ad Deum. Per ipsum vadis, ad ipsum vadis. Noli quaerere qua ad illum venias, praeter ipsum. Si enim via esse ipse noluisset, semper erraremus. Factus ergo via est qua venias. Non tibi dico: Quaere viam. Ipsa via ad te venit: Surge et ambula.” (il Figlio di Dio, che nel Padre è per l’eternità verità e vita, assumendo la natura dell’uomo si è fatto via. Passa attraverso l’uomo e giungi a Dio. Per lui passi, a lui vai. Non cercare al di fuori di lui per dove giungere a lui. Se egli non avesse voluto essere la via, saremmo sempre fuori strada. Perciò si è fatto la via per dove puoi andare. Non ti dico: Cerca la via. E’ la via stessa a farsi incontro a te: Alzati e cammina) anche perchè nelle ultime parole trovo un’ulteriore conferma al post ‘Le forme dell’amore’ (https://vaticanoterzo.wordpress.com/2012/11/16/le-forme-dellamore/) in cui ho trovato tragicamente belle le parole di Simone Weil “La sola scelta che si pone all’uomo di quaggiù è quella di legare o meno il proprio amore alle cose di quaggiù. Egli deve rifiutarsi di legarlo ad esse e rimanere immobile, senza cercare, senza muoversi, in attesa, senza nemmeno cercare di sapere ciò che aspetta: è certo che Dio farà tutto il cammino fino a lui.” che trovo straordinariamente coincidenti con quelle di S. Agostino “Non ti dico: Cerca la via. E’ la via stessa a farsi incontro a te: Alzati e cammina” dove l’mmobilità a cui Weil si riferisce la vedo in relazione al verbo precedente ‘legare’ che quindi non contrasta con l’imperativo finale di S. Agostino.

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  2. Ti ringrazio del commento, profondo ed evocatore. Non credo sia un paradosso pensare che, in fondo, noi sedentari conserviamo un nomadismo necessario dello spirito. E’ proprio quello che ci permette di camminare e non sostare (tragico e invitante sostare…) sulla “questione Dio”. Su Dio (in Dio) si cammina. E Dio cammina nell’uomo. Ma potremmo continuare a lungo.

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