Dialogare con l’umano “che non crede e che soffre”

Edward Schillebeeckx

(1914-2009 ), Il Cristo. Storia di una nuova prassi, Brescia, 1980, pagg. 758s.

Un altro teologo che rischia di diventare un grande dimenticato è Schillebeeckx. Protagonista dell’avanguardia della riflessione cristiana nei decenni post conciliari, oggi sembra essere scomparso dalla scena del pensiero cattolico. Fu certamente uno dei primi a comprendere la necessità del dialogo con l’uomo concreto, moderno, in cerca di senso. Questa breve pagina è un omaggio.

“E’ un fatto che nell’età moderna il vero partner del dialogo con la teologia occidentale è stato l’incredulo, l’umanista. E non possiamo avercela a male, perché questo fu il problema derivatoci dalla nostra tradizione di libertà! Si trattava (dal punto di vista della tematica teologica corrente) di un dialogo del cittadino che crede con il cittadino che non crede, se Dio sia o meno la ragione fondante della loro libertà (civile). […]

Il partner del dialogo con la teologia [della liberazione] non è più il cittadino incredulo, bensì il prossimo deriso, sottomesso, mantenuto nell’oppressione: il povero (credente o incredulo), la vittima dei sistemi che noi stessi ci siamo creati. La teologia latino-americana si rende suo portavoce. Ed in effetti suscita una teologia diversa. […]

Il fatto che gli impulsi storici alla solidarizzazione con gli uomini sofferenti… siano derivati, in questi ultimi tempi, soprattutto da istanze e movimenti estranei alla chiesa non impedisce che i cristiani, che con essi si confrontano, possano sperimentare, nella loro qualità di titolari della tradizione evangelica, un certo feedback, dove appare chiaro che anche loro possono percepire la propria tradizione, che anzi devono comprenderla. In tal modo essi non sapranno riconoscere correttamente soltanto il pathos che altri uomini dimostrano per l’”humanum” e la sua corrispondenza ai valori che essi stessi propugnano, ma riusciranno pure a prestare ascolto all’eco (così repressa in passato) delle “verità dimenticate” ed agli enunciati importanti della loro stessa esperienza di fede. Diventano allora possibili l’attuazione e l’attivazione degli impulsi evangelici. Non attraverso una ripetizione imitativa, ma creando nuove e pur sempre cristiane tradizioni: una tradizione “che viene”, anche se da sapienze già acquisite”.

 

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