Il tempo “dell’uomo senza Dio”

Dietrich Bonhoeffer

(1906-1945), Resistenza e resa, Milano, 1969, pagg. 212s.

L’intera nostra predicazione e teologia cristiana del XX secolo è costruita sull’”apriori religioso” dell’uomo. Il “cristianesimo” è sempre stato una forma (forse la vera forma) della “religione”. Ma quando un giorno sarà evidente che questo “apriori” non esiste affatto ma che è stato una forma espressiva dell’uomo, storicamente determinata e transitoria, quando cioè gli uomini diventeranno realmente non religiosi in maniera radicale – e io penso che più o meno è già il caso nostro (qual è, per esempio, la ragione per cui questa guerra, a differenza di tutte le altre, non suscita una reazione “religiosa”?) – che cosa significherà allora questo per il “cristianesimo”? Viene sottratto il terreno su cui poggiava finora tutto il nostro “cristianesimo”, e la “religiosità” funziona ancora soltanto con alcuni “ultimi paladini” e con qualche individuo intellettualmente disonesto. Che siano questi i pochi eletti? […]

Se la religione è soltanto un abito del cristianesimo… che significa allora un cristianesimo senza religione? Barth, l’unico che abbia cominciato a pensare in questa direzione, non ha poi portato avanti ed elaborato fino in fondo le sue idee, ma è giunto ad un positivismo della rivelazione che in ultima analisi ha il significato di una restaurazione. L’operaio non religioso o in generale l’uomo non religioso non hanno fatto alcun acquisto decisivo. I problemi cui bisognerebbe dar risposta sono: che significato hanno una chiesa, una parrocchia, una predica, una liturgia, una vita cristiana in un mondo senza religione? Come parliamo di Dio senza religione… Come parliamo in maniera “mondana” di Dio…; come facciamo ad essere cristiani “non religiosi-mondani”…? Cristo allora non è più oggetto della religione, ma qualcosa di completamente diverso, veramente il Signore del mondo. Ma che significa questo? […]

Io vorrei parlare di Dio non ai confini ma al centro, non nella debolezza ma nella forza, non nella morte e nella colpa, ma nella vita e nella bontà dell’uomo. Giunto ai limiti, mi pare meglio tacere e lasciare irrisolto l’irrisolubile. La fede nella resurrezione non è la “soluzione” del problema della morte. l’”aldilà” di Dio non è l’aldilà delle nostre possibilità di conoscenza La trascendenza della gnoseologia non ha nulla a che fare con la trascendenza di Dio. Egli è al di là in mezzo alla nostra vita. La chiesa non risiede là dove la capacità dell’uomo non ce la fa più, ai confini, ma in mezzo al villaggio. Così si dice nell’Antico Testamento, e in questo senso noi leggiamo il Nuovo Testamento ancora troppo poco dal punto di vista dell’Antico Testamento. Io rifletto molto sull’aspetto di questo cristianesimo non religioso, sulla forma che può avere; presto ti scriverò a questo proposito.

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