I cristiani, il senso della storia e il potere mondano

Hans Urs von Balthasar

(1905-1988), Il tutto nel frammento, Milano, 1970, pagg. 1ss.

A chi oggi cerca, in obbedienza alla Parola di Dio, di riflettere e di parlare di Dio e dell’uomo, si presenta il difficile compito di percorrere lo stretto sentiero che passa tra due forme di titanismo. Una, quella antica, che risale a Costantino e consiste nella costrizione del potere politico al servizio del regno di Cristo, viene oggi scartata poiché di fatto la chiesa finalmente ha perso questo potere. L’altra, quella nuova, consiste nell’identificazione – o per lo meno nella posizione di una convergenza – tra il progresso tecnico del mondo e lo sviluppo del regno di Dio. Entrambi sono, comunque, come si vedrà, solo aspetti dell’identico integralismo, il primo reazionario, il secondo progressista, il primo clericale, il secondo laico. Entrambi cercano di procurare al regno del Crocifisso una potenza terrena, poiché entrambi mescolano regno terreno e regno divino.

I primi in quanto vedono il regno invisibile simbolicamente rappresentato in uno visibile; gli altri, in quanto riducono l’invisibile al rango di fonte di energia a servizio di quello visibile. Gli antichi hanno costretto il tempo davanti al trono di una eternità in loro potere; i moderni seguono il tempo, convinti di raggiungere con ciò la salvezza. Quelli in hoc signo combatterono guerre terrene e piegarono il “Leone di Giuda” alla loro vittoria; questi acclamano la solidarietà umana con i lupi.

Ma l’Agnello di Dio non è venuto né come Leone né come Lupo. Egli ha percorso la via stretta e ci ha donato la speranza di poter evitare ogni umano titanismo. Le “destre” e le “sinistre” non riescono a tollerare che l’esistenza nel tempo sia frammentaria. Esse offrono formule di come un frammento possa diventare il tutto, o addirittura possa essere considerato il tutto già in se stesso. La sinistra, dinamica, prende in considerazione il programma sociale dei profeti e la forza rivoluzionaria del discorso della montagna; la destra, statica, considera la forma ieratico-gerarchica stabilita da Cristo come atemporale e definitiva forma della labile materia del mondo.

Il “programma” dell’Agnello, che rimane fedele alla terra proprio perché veramente humilis (legato all’humus) di cuore, non può essere accolto né dall’una né dall’altra parte. Esso non si lascia costringere in un programma terreno, non offre nulla ad esse, non è sfruttabile. Usato a mo’ di “manifesto” si presenta bene ed ha notevole forza sul piano della propaganda; ma tale mistificazione non rimane a lungo nascosta. Così i medievali hanno preso come riferimento la Civitas Dei di Agostino, che diceva precisamente il contrario. Almeno però, essi furono onesti, nel senso che considerarono “il pellegrinare del regno di Dio in luogo straniero” come l’anima alla quale essi adattavano un corpo terreno.

La radicale concezione del tempo proposta da Agostino sarà il nostro punto di partenza, e renderà possibile denunciare, almeno negativamente, le false conclusioni e deficienze che oggi più facilmente affliggono la riflessione cristiana. La prospettiva dell’antichità classica, secondo cui la questione filosofica… era indissolubilmente legata con la questione teologica fondamentale…, ci è ancora necessaria. […]

Il nostro tema di fondo è la teologia della storia: quante delle affermazioni che si possono fare in questo campo, sulla scorta della rivelazione biblica, evitano segreti sconfinamenti nel campo della filosofia della storia? Molto poche e probabilmente anch’esse con riserva. … Per i filosofi e per i teologi in realtà la storia è data soltanto come un frammento.

Ora, quando non si conosce se un frammento di un brano sinfonico è un quinto o un ventesimo del tutto, è impossibile ricostruire il tutto. Nemmeno Hegel, che sa tutto, ha ricostruito il futuro; noi, che sappiamo meno di lui, dobbiamo rinunciare alla pretesa di raggiungere, attraverso i frammenti della storia mondana, la totalità dello Spirito assoluto, soprannaturale.

Le questioni sono scelte secondo un preciso riferimento al tema generale indicato nel titolo: dove dobbiamo rivolgere il nostro sguardo per scorgere, nella frammentarietà della nostra esistenza, una tensione verso l’Intero? Ogni frammento di un pezzo di ceramica suggerisce la totalità del vaso, ogni “torso” di marmo viene visto nella luce dell’intera statua. Sarà la nostra esistenza a costituire un’eccezione? Ci lasceremo persuadere forse che quello stesso frammento che è la nostra esistenza costituisce l’intero? Ma se noi facessimo questo, non significherebbe aver abbandonato l’idea di trovare un senso alla frammentarietà stessa ed esserci rassegnati al non-senso? E’ così che noi ci interroghiamo su noi stessi, e in questo domandare siamo convinti che ci sia più di una semplice domanda. Noi pensiamo che ognuno dovrebbe avere una risposta. E pensiamo che ci sia Chi può rispondere alla domanda.

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