Leggere la Bibbia e il suo “mito”

Rudolf Bultmann

(1884-1976), Nuovo testamento e mitologia. Il manifesto della demitizzazione, Brescia, 1970, passim: mito e demitizzazione.

Per “mito”, io intendo un fenomeno storico ben determinato, e per “mitologia”, un ben determinato modo di pensare. Si tratta di discutere tale fenomeno e tale modo di pensare.

Adopero il concetto di mito secondo l’accezione in uso nelle scienze storiche e religiose. Mito è il racconto di un fatto o d’un evento, in cui intervengono forze o persone soprannaturali, sovrumane, e spesso, quindi, il racconto viene definito semplicemente come storia di dèi… Pensiero mitico è il concetto opposto a quello di pensiero scientifico. Il pensiero mitico attribuisce certi fenomeni ed eventi a potenze soprannaturali, “divine”, siano esse pensate in termini di dinamismo ed animismo, ovvero rappresentate come spiriti o dèi personali. […]

Per il pensiero mitico il mondo e quanto vi ha luogo sono “aperti” cioè all’intervento di forze dell’aldilà, e sono perciò come pieni di falle dal punto di vista del pensiero scientifico. […]

Ma per il pensiero mitico, non è solo il mondo, che la scienza intende come natura, ad esser “aperto” all’intervento di potenze dell’aldilà, bensì pure la vita personale dell’uomo. L’uomo affrancato dal pensiero mitico comprende se stesso come unità e imputa a se stesso il suo sentire, il suo pensare, il suo volere; non li attribuisce più, come fa il mito, all’intervento di potenze diaboliche o divine. Ciò vale, indifferentemente, sia che, da coerente naturalista, egli concepisca la vita personale dell’uomo come un puro fenomeno di natura, e quindi la sua vita spirituale come dipendente da un processo naturale, sia che riconosca l’autonomia della vita personale nei confronti della natura. […]

Egli sa di essere responsabile di se stesso e libero. Gli sono diventate estranee l’idea tipicamente mitica di una coazione magica che possa esercitarsi sulle sue sensazioni, sui suoi pensieri e sulle sue volizioni, e l’idea secondo cui la sua vita spirituale possa esser nutrita da qualcosa di materiale, e quindi anche la nozione di sacramento. Pertanto egli può intendere se stesso nel suo rapporto con Dio solo come quello di un’entità personale che nel suo essere viene considerata e trattata da Dio come persona. […]

In breve: il mito oggettivizza l’aldilà nell’aldiqua, e quindi anche nel disponibile; e la cosa si fa evidente nel fatto che il culto diventa sempre più un’attività intesa a influire sulla condotta della divinità, a stornarne le ire, a ottenerne i favori.

La demitizzazione vuol mettere in risalto l’autentica intenzione del mito, cioè quella di parlare dell’esistenza umana, del suo essere fondata e limitata da una potenza dell’aldilà non mondana, una potenza che non è percepibile dal pensiero oggettivamente.

In senso negativo, quindi, la demitizzazione è una critica dell’immagine del mondo propria del mito, nella misura in cui essa nasconde la vera intenzione del mito stesso. In senso positivo è un’interpretazione esistenziale, con cui si vuol chiarificare l’intenzione del mito, che è precisamente quella di parlare dell’esistenza dell’uomo.

La demitizzazione degli scritti biblici è pertanto una critica dell’immagine mitologica del mondo che è propria della Bibbia; ed ecco che subito mi si rimprovera d’assumere l’odierna visione del mondo come metro critico per l’interpretazione scritturistica. Sta di fatto, che il pensiero scientifico distrugge l’immagine mitologica del mondo che risulta dalla Bibbia; nel conflitto tra il pensiero oggettivante del mito e il pensiero oggettivante della scienza, va da sé che la vittoria spetti a quest’ultimo. Ma è proprio l’interpretazione demitizzante a voler valorizzare criticamente l’autentica intenzione delle Scritture bibliche. Grazie ad essa riconosciamo di non poter dire nulla su quanto sta al di là del mondo, né di Dio, su quel che l’aldilà e il mondo sono “in sé”, poiché l’aldilà e Dio sarebbero oggettivizzati in un fenomeno mondano, in un fenomeno dell’aldiqua. La demitizzazione vuol procedere… secondo la parola di Wilhelm Hermann: “Di Dio non possiamo dire nulla, come è in sé, ma solo quel che egli fa per noi”. Un’interpretazione del genere, orientata al problema della nostra esistenza, è un’interpretazione esistenziale. La critica cui essa sottopone la letteratura biblica non consiste nell’eliminare i passi di carattere mitologico, bensì nell’interpretarli; non è un processo di sottrazione, ma un metodo ermeneutico. […]

Talvolta si definisce il mito come una scienza primitiva. […] Avviene allora che di fatto il mito parla delle potenze e persone dell’aldilà come di quelle di quaggiù, di questo mondo, contrariamente alla sua più autentica intenzione.

Ma qual è questa intenzione? Il mito parla di potenze dell’aldilà, di demoni, e di dèi come di potenze da cui l’uomo si sa dipendente, delle quali non dispone, dei cui favori ha bisogno, della cui collera ha paura. In esso affiora la consapevolezza che il mondo in cui l’uomo deve vivere è pieno di enigmi e di misteri, e che l’uomo non è padrone né del mondo né della sua vita. Il mito è pertanto l’espressione d’un preciso modo di comprendere l’esistenza umana. […]

La demitizzazione, mentre, grazie alla critica sottopone la visione cosmica della Bibbia, rimuove l’inciampo che quella costituisce necessariamente per l’uomo moderno, mette decisamente allo scoperto l’autentico inciampo, lo scandalo che l’uomo moderno, come qualunque altro, trova nella Bibbia. Lo scandalo consiste nel fatto che la parola di Dio incita l’uomo ad abbandonare tutte le sue paure e tutte le sue autonomie per andare a Dio e così vivere la sua esistenza autentica e la libertà dal mondo, di cui grazie al pensiero oggettivante della scienza, s’impadronisce, ma in modo tale da conferirgli potere su se stesso. La fede intesa come rinuncia alla sicurezza di se stessi e come superamento della disposizione che nasce proprio dal tendere alla sicurezza, è l’esigenza imposta e insieme il dono offerto dall’annuncio; fede è la risposta all’interrogativo con cui mi apostrofa il kerygma. Questa fede che Dio mi chiama e agisce nei miei confronti, può esser concepita e conservata solo in un nonostante di fronte ad un mondo, in cui non è possibile scorgere né Dio né la sua azione, volto com’esso è a ricercare incessantemente la sua sicurezza, e quindi il suo rapporto esistenziale con tutti coloro con cui ha a che fare, col suo solito modo oggettivante d’osservazione. Ogni parlare mitologico su Dio può quindi servire solo ad esternare il “nonostante”. La demitizzazione, in quanto interpretazione esistenziale, mira ad evidenziare il carattere d’apostrofe che ha la Scrittura e, proprio perciò, anche il “nonostante”, che appartiene alla fede come qualcosa d’essenziale…

Se l’impegno della demitizzazione è un’esigenza che nasce anzitutto dal conflitto fra l’immagine mitica del mondo propria della Bibbia e quella plasmata dal pensiero scientifico, appare subito evidente che la demitizzazione è un’esigenza della fede stessa. Questa, infatti, chiede d’essere liberata dai vincoli impostile da ogni immagine del mondo delineata dal pensiero oggettivante, sia esso quello del mito, o quello della scienza. Questo conflitto indica che la fede non ha trovato una forma d’espressione che le sia congeniale, che la fede non è consapevole della propria indimostrabilità, non ha fatto luce sull’identità del suo fondamento e del suo oggetto, non ha visto chiaramente che l’azione di Dio è qualcosa di nascosto, qualcosa dell’aldilà, e che nel misconoscere il proprio “nonostante”, finisce con l’oggettivare Dio e l’azione di Dio nella sfera del cosmico. […]

L’invisibilità di Dio esclude ogni mito che possa render visibili Dio e la sua azione; ma, poiché si tratta dell’invisibilità di Dio, esclude pure ogni concetto d’invisibile e di mistero che sia pensato secondo la concettualità del pensiero oggettivante. Dio si sottrae a uno sguardo oggettivante; si può credere in lui solo contro le apparenze, così come si può credere nella giustificazione dei peccatori solo contro le accuse della coscienza.

Di fatto: la demitizzazione radicale è il parallelo della dottrina paolino-luterana della giustificazione per fede senza le opere della Legge. O meglio: è la sua coerente applicazione al campo della conoscenza. Per quanto la dottrina della giustificazione distrugga ogni falsa sicurezza e ogni falsa pretesa di sicurezza da parte dell’uomo, questi può cercare un nuovo appoggio alla sicurezza nelle sue cognizioni constatative. L’uomo che intende credere in Dio come nel suo Dio, deve essere ben conscio di non aver in mano niente su cui basare la sua fede, di essere quasi campato in aria e di non poter pretendere che si dimostri la verità della Parola che l’apostrofa. E ciò perché fondamento e oggetto della fede sono identici. Trova la sicurezza solo chi – per dirla con Lutero – è disposto a penetrare nelle tenebre interiori. Come la fede in Dio, in quanto fede nella giustificazione, si rifiuta di delimitare il potere di santificazione in certe determinate azioni, così, in quanto fede nella creazione, si rifiuta di delimitare dei settori di santità nelle entità e negli eventi del mondo. Da Lutero abbiamo ben appreso che non si danno luoghi santi in nessuna parte del mondo, e che il mondo intero è un luogo profano… Ma del pari è anche profano l’insieme di natura e storia, e solo sub specie della Parola proclamata, quanto è avvenuto o avviene nella natura o nella storia acquista per il credente, contro ogni apparenza, il carattere di un’opera di Dio, di un miracolo.

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