Gli Istituti secolari: una soluzione?

Giuseppe Lazzati

Parliamo degli Istituti laicali, per i quali il problema di fondo resta quello della loro collocazione: sono o non sono laici i membri di tali istituti? Non vorremmo fermarci alla risposta negativa di coloro che vedono nella condizione coniugale, in atto o in potenza, cioè in quanto non esclusa definitivamente per un atto di volontà comunque formulato, il segno decisivo della condizione laicale, nel sacramento del matrimonio il sacramento della laicità, così che quanti per atto anche solo implicito della loro volontà si decidono per il celibato con ciò stesso si escludono dal numero dei laici.

A parte il fatto che simili posizioni sono del tutto al di fuori da ogni connessione con la tradizione di pensiero cristiano… è evidente che nella impressione dei più l’uomo non sposato, la donna non maritata, sono realtà incomprensibili o, se si vuole, sono mezze figure, per usare il linguaggio comune: la forza dell’istinto sessuale in quanto proteso alla unione dei sessi e alla procreazione, radicata com’è nella struttura fisica e psichica dell’uomo e della donna, sembra determinare una esigenza assoluta per essi, se vogliono essere interamente se stessi. […]

Se tutto questo si trasferisce nell’àmbito dei cristiani, cioè del popolo di Dio, … non si può certo dire che cessi di essere qualificato solo come membro comune del popolo di Dio, come semplice fedele, come laico, chi per amore di Dio, con atto di volontà più o meno espresso, si impegna a crescere nella carità – questa è la vera crescita della persona umana – per altra via che non sia quella del matrimonio, per la via della verginità o castità totale che per sé non lo toglie da ogni attività umana.

Si daranno laici in condizione o stato coniugale, e laici non legati da quel vincolo o legati da impegno di castità: non si vede perché questi ultimi dovrebbero cessare d’essere laici se non accettando quella visione, a vero dire, troppo unilaterale, che si è ricordata o subendo l’influsso di categorie tradizionali per le quali si è indotti a pensare che un impegno di castità operi, per sé, meccanicamente, il passaggio a una nuova categoria, quella dei religiosi.

Il problema si fa certamente più sottile quando si tratta di uomini e donne che professano i tre consigli evangelici di povertà – castità- obbedienza: tali sono infatti i membri degli Istituti secolari. Qui il problema si fa più sottile per due motivi: anzitutto perché la professione dei consigli evangelici è certamente elemento essenziale dello stato religioso sancito dalla chiesa; in secondo luogo perché la professione dei consigli di povertà e di obbedienza, forse più ancora, almeno in certo senso, di quello di castità, può sembrare elemento di separazione dalla condizione laicale semplicemente intesa per cui chi emetta quella professione cesserebbe perciò stesso di essere laico. […]

Che la professione dei consigli evangelici sia elemento indispensabile dello stato religioso giuridicamente inteso non v’ha dubbio, ma non v’ha dubbio che non nemmeno il solo: tale stato importa anche la separazione dal mondo e, in genere, la vita in comune canonicamente intesa.

[…] si parla in ogni caso di professione dei consigli evangelici, ma sono essi sempre qualitativamente identici? Ci riferiamo soprattutto ai consigli e conseguenti impegni di povertà e di obbedienza e considerando non già il fatto che essi possono essere assunti in forme diverse (promesse, giuramenti, voti) ma il loro intrinseco significato e valore. Ci sia permesso avanzare almeno il dubbio che la risposta possa essere positiva.

A nostro modo di vedere una differenza esiste e non nel senso quantitativo per cui i nostri impegni sarebbero qualcosa di meno di quelli religiosi – ci sia permesso di non pensarlo affatto – ma nel senso che essi hanno aspetti qualitativi diversi perché si pongono in una finalizzazione prossima diversa. parliamo di finalizzazione prossima perché è chiaro che la finalizzazione ultima è per tutti e sempre la medesima: l’acquisto di perfetta carità della quale i consigli evangelici sono, in quanto generosamente vissuti, mezzi eccellenti.

Ora, mentre, in vista di crescita in perfetta carità, il voto di povertà professato in religione mi impegna allo spossesso totale dei beni a tal punto da rendermi, in taluni casi (voti pubblici solenni) incapace di possedere, liberando totalmente il cuore da ogni attacco ai beni stessi per aprirlo tutto e solo a Dio e ai fratelli, negli Istituti secolari l’impegno di povertà professato da persone che mantengono proprietà e amministrazione dei beni posseduti e per le quali l’impegno stesso obbliga per lo più a limitato accrescimento dei beni e a un uso almeno parziale dipendente, è evidente che esso è orientato a conseguire quella libertà nel possesso che faccia dell’uso dei beni un mezzo di accrescimento nella carità…

Così si dica per l’impegno di obbedienza. Il voto religioso, sempre in vista del fine ultimo ricordato, mi spoglia interamente della libera disposizione della mia volontà quanto alla mia persona e alla mia attività e mi mette nelle mani dei superiori competenti per essere, nelle loro mani appunto, docile strumento al servizio di Dio. L’impegno di obbedienza dei membri degli Istituti secolari – e penso alla forma di Istituto secolare che tipicamente li esprime anche imponendosi di non avere opere proprie – mira a fare della dipendenza dai superiori competenti nel limite fissato, che è fondamentalmente sempre e solo quello del bene spirituale del suddito, il mezzo per svincolare la libera iniziativa del singolo dai legami che potrebbero impedirle di muoversi nel mondo unicamente secondo la volontà di Dio e cioè il mezzo per fare di quella libera iniziativa uno strumento efficace per crescere nella perfezione della carità e per redimere il mondo secondo Dio. […]

Si tratta di porre in evidenza, con una chiarezza che abbia anche formalmente la sua espressione, la tipicità di una vocazione il cui senso profondo non sta nella consacrazione per sé presa, bensì nella consacrazione congiunta alla secolarità, cioè da essa determinata con le conseguenze che ne derivano su vari piani e che una volta ancora ci permetteremo di richiamare. Il nostro posto [di consacrati] è fra i laici e a servizio della funzione che i laici hanno nella chiesa: se questo non fosse ci domandiamo che senso avrebbe la nostra vocazione quale è espressa nelle regole di vita che la chiesa ha approvato e quale ci sforziamo di vivere.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...