L’uomo “solo” e “i casi seri” della vita e della morte

Hans Urs von Balthasar

(1905-1988), Cordula, Brescia, 1968, passim: il caso serio della vita e della morte.

Moriamo soli. Mentre la vita, fin dal seno materno, è sempre comunione, tanto che un io umano isolato non può né nascere, né sussistere, e nemmeno essere immaginato, la morte sospende per un momento senza tempo proprio la legge della comunione. Gli uomini possono accompagnare fino all’estrema soglia il morente, che può anche sentirsi accompagnato, soprattutto se è la comunità dei santi ad accompagnarlo nella fede in Cristo; tuttavia valicherà la stretta porta solo ed isolato. La solitudine spiega ciò che la morte è attualmente: la conseguenza del peccato (Rm 5, 12); cercare ciò che essa altrimenti potrebbe essere, è ozioso.

Cristo ha preso su di sé per i peccatori la morte ad essi dovuta con radicalità estrema, con l’intensità drammatica, tanto che non solo fu abbandonato ostentatamente da tutti gli uomini, non solo fu respinto dai pochi che parteggiavano per lui, ma rimise esplicitamente nelle mani del Padre divino l’eterno vincolo d’unione che a lui lo collegava, lo Spirito Santo, per sperimentare fino all’ultimo l’abbandono completo anche da parte del Padre. Tutta la ricchezza dell’amore dev’essere raccolta e semplificata in questo punto d’unione, affinché, fluendo da esso, si possa avere una fonte e una riserva eterna.

Non esiste, perciò, sulla terra comunione nella fede che non derivi dall’estrema solitudine della morte di croce. Il battesimo, che immerge il cristiano nell’acqua, lo separa, nella forte immagine della minaccia di morte, da ogni comunicazione, per portarlo alla vera fonte, dalla quale tale comunicazione ha inizio. La fede stessa, nella sua origine, sta necessariamente faccia a faccia con l’abbandono che il mondo e Dio hanno fatto del Crocifisso. Necessariamente, qualunque sia la forza o la debolezza con la quale colui che incomincia a credere sente la solitudine. E’ solitudine al di là di tutti i legami mondani, animali e spirituali; solitudine che riprende ad un nuovo livello il monos pro monon (solo verso il più solo) di Plotino; il più solo non è Dio (che è trinità), ma il Figlio, abbandonato dal Padre, nel momento in cui sulla croce rende lo Spirito.

Esiste realmente, nonostante i motteggi dei moderni teologi umanistici, l’individuo cristiano. … Abramo è chiamato alla fede come uomo completamente solo. E’ solo nei confronti di Sara, torna ad esserlo nei confronti di Isacco. Mosè deve presentarsi solo dinanzi all’invisibile nel roveto ardente, e per quaranta giorni è solo dinanzi all’invisibile nella nube della gloria sul monte. Elia lo incontra dopo aver desiderato di morire e dopo aver camminato quaranta giorni fino all’Horeb per dire a Dio: “Sono rimasto soltanto io…” […]

Non si obietti che in questi casi si tratta non della fede, ma di missioni straordinarie. Le grandi missioni hanno necessariamente un valore esemplare, poiché le “colonne della chiesa” determinano lo stile di tutto l’edificio e danno la norma (canone) per tutti: sono una mediazione chiarificatrice tra la solitudine di Gesù Cristo ed il fondamento della fede di ciascun cristiano. Le missioni, sia le grandi sia le più piccole (ed ogni cristiano ne ha una), derivano tutte dallo stesso punto.”

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