Laicale, mondano e secolare (una distinzione dimenticata)

Giuseppe Lazzati

Consacrazione e secolarità: i termini “mundus” e “saeculum”.

Da Archivum. Documenti per una storia della Chiesa, Casale Monferrato, 2001

Equivocità del termine “mundus”. – E’ nota la equivocità del termine “mundus” nel latino cristiano a partire da quello biblico e neotestamentario. Tale equivocità risulta in modo particolare nel linguaggio giovanneo che di un significato fornisce anche la definizione, il contenuto, dando così la possibilità di precisare esattamente l’altro. Il significato primo è quello più comune e corrispondente all’uso corrente del nostro vocabolo mondo: il mondo inteso come insieme delle realtà create, di ciò che in esse è e vive. In questo senso la parola è usata nelle espressioni di Giovanni… che è inutile riportare…

Il secondo significato è peggiorativo ed è quello definito da Giovanni nella prima lettera (2, 15)… Qui il mondo è preso sì come realtà creata con tutto quello che abbraccia, ma in quanto veduta, giudicata, usata secondo la visione che deriva dalla triplice concupiscenza cioè contro il disegno di Dio…

La equivocità del termine va perduta nella lingua nostra per l’aggettivo “mondano”, che nell’àmbito cristiano ha “solo” senso peggiorativo.

I termini “saeculum” e “saecularis”. – Il latino biblico e neotestamentario in specie conosce un altro termine per esprimere un concetto, se non identico, vicino a quello di mondo e ad esso legato: è il termine “saeculum”, il quale mette in luce l’aspetto temporale della realtà creata e la condizione di vita umana in essa svolgentesi. Ancor esso conosce duplice significato: un significato positivo di “realtà e vita legata al tempo e destinata a finire”, e uno peggiorativo “di realtà corrotta dal peccato”…

Nel divenire del latin cristiano, l’uso di “saeculum” si sviluppa sotto il segno dell’equivocità, come “mundus”, ma con un uso molto più accentuato, soprattutto negli scritti di carattere ascetico-monastico, ove, per lo più anche senza avere il senso in sé peggiorativo, è usato a esprimere la realtà da cui è necessario staccarsi per chi voglia conseguire la perfezione. E’ poi da notare che l’aggettivo “saecularis” ha sviluppi assai maggiori di “mundanus” e mentre questo ha senso peggiorativo, non sempre tale senso ha il primo che può dire anche solo la condizione ordinaria di vita… Perciò il termine “saecularis” è usato dalla chiesa senza alcun senso peggiorativo quando parla di “clero secolare” e, ora, di “Istituti secolari”, mentre il termine serve bene ad esprimere una differenza che resterebbe altrimenti inesprimibile: quella tra “vita secolare e vita mondana”. La prima è la comune condizione di vita dei cristiani distinta dalla condizione dei religiosi e dei sacerdoti; la seconda è quella in radice opposta a Cristo perché fondata sulla triplice concupiscenza. […]

Rapporto tra religioso e mondo – Uno degli elementi essenziali al concetto di vita religiosa, intesa come stato di perfezione religiosa, è la separazione dal mondo. Essa significa non solo separazione dal mondo inteso nel senso peggiorativo di cui s’è detto, il senso condannato da Gesù; tale separazione è, dev’essere, di tutti i cristiani che vogliono essere tali, non solo di nome ma di fatto e però fedeli alle loro promesse battesimali. Essa importa il separarsi dalla condizione di vita comune e quindi, oltre che dalla famiglia, dall’interessarsi alle attività proprie di tale condizione e cioè dai così detti “negotia saecularia”…, che noi potremmo raccogliere sotto le attività professionali, civiche, politiche, cioè quelle che oggi si chiamano facilmente “attività temporali”…

Perciò il religioso che fa sua professione la ricerca esclusiva di Dio per la via più diretta, seguendo il consiglio da Gesù rivelato, si separa da ciò che, pur essendo di per sé buono, nella presente condizione umana è ostacolo a quel cammino e cioè alla perfezione dell’atto di carità. In questo, tra l’altro, consiste la superiorità della condizione di vita religiosa che non è eguagliata, come condizione, da nessun’altra e perciò si chiama in linguaggio canonico “stato di perfezione religiosa”. (Sarà bene ricordare, per chiarezza, che si tratta di stato di perfezione da acquisire, cosicché di fatto acquisisce la perfezione chi in quello stato fa quanto è necessario per il suo acquisto)…

Rapporto tra sacerdote e mondo – … Come si è detto, il sacerdote non religioso entra nella categoria del clero secolare; ci si domanda che esso significhi l’aggettivo “secolare” riferito al sacerdote. Esso è preso in contrapposizione con l’aggettivo “regolare” riferito ai sacerdoti religiosi che vivono sotto una regola, per indicare che il sacerdote non si separa materialmente dalla generalità degli uomini, ma vive in mezzo a loro compiendo gli alti uffici del suo ministero… In altre parole il termine indica che non vi è separazione esteriore dal mondo (“saeculum”) quale si trova tra i sacerdoti che vivono sotto una regola, cioè i sacerdoti religiosi. Ma con ciò non è detto affatto che il sacerdote si occupi delle attività temporali (“negotia saecularia”): infatti il sacerdote non può spingere oltre certi limiti il suo contatto con il mondo. Ho detto “per sua matura”, perché mi pare che in tale senso suonino i testi della rivelazione… Di questi, uno (Eb 5, 1) definisce il sacerdote costituito “in his quae sunt ad Deum”, e l’altro stabilisce che il sacerdote non si occupi delle attività temporali (2Tm 2, 3-4)…

In tale senso suona il magistero della chiesa e con una crescente insistenza come possono persuadere documenti recenti, quali l’esortazione “Menti nostre” (Pio XII, 1950) e i testi episcopali relativi alla questione dei preti operai. infine le norme di diritto che proibiscono al sacerdote di assumere talune professioni (medico, avvocato) e quelle disciplinari che, almeno in linea generale, talvolta con direttiva precisa, gli fanno divieto di partecipare alla vita politica, non fanno che confermare il concetto espresso di una naturale separazione del sacerdote dai “negotia saecularia”, dalle attività temporali, fino a che non ve lo spingano fondate ragioni di supplenza…

Rapporto tra laico e mondo – Per coglierlo nella sua profondità non è forse inopportuno rifarsi alla visione che, se non sbagliamo, ha stimolato e presieduto il riprendere coscienza da parte dei laici della loro responsabilità nella chiesa; pensiamo alla visione del regno di Dio. Esso, mistero nascosto nei secoli e rivelato in Cristo cui ne è affidata la realizzazione, consiste in quel pieno dominio di Dio su tutta la realtà che permetta di tutto ricondurre a Dio, nel modo proprio, cioè da Dio pensato, per ogni grado della realtà stessa. E’ quello che san Paolo espone più volte con incisive, icastiche espressioni nelle sue lettere. Scegliamo, fra esse, quella tipica della lettera agli Efesini che appunto esprime il “mysterium” della divina volontà secondo il suo disegno d’amore… (Ef 1, 10). E subito vien fatto di notare come non si parli solo di uomini ma di “tutte le cose (omnia)” che all’uomo sono ordinate perché possano raggiungere il loro fine, mentre forse non è inutile ricordare come, di fatto, questo avvenga per l’uomo e attraverso l’uomo “in grazia”, per la grazia appunto reso capace non solo di ritornare in Dio, come figlio nella casa del Padre, ma in certo senso di riportarvi attraverso di sé tutta la realtà che “in” e “a” questo ritorno è per lui ordinata. …

In questa luce il laico non solo è colui che “di fatto” si occupa dei “negotia saecularia, delle attività temporali”, ma che “deve” di esse occuparsi al fine congiunto di attuarle secondo il piano di Dio … e di trovare in esso il proprio sviluppo. Senza questo dedicarsi dei laici, non secondo lo spirito del mondo ma secondo lo spirito del Signore e con la sua grazia, alle attività temporali, esse sarebbero destinate a rimanere estranee al regno di Dio, cui invece tutte le realtà (“omnia”) vanno riferite e riportate perché si realizzi il disegno di creazione e di redenzione.

Ciò da cui si separa il religioso per professare la perfezione religiosa, il sacerdote per attendere al suo ministero, è quello che forma l’oggetto delle ordinarie attività (della professione) del laico, la comune condizione di vita umana entro la quale il laico è chiamato a vivere per attuare in essa il regno di Dio. Ora, tutto questo… importa: 1. di prendere coscienza che le attività temporali (“negotia saecularia”) non sono per sé cattive, rientrando, come si diceva, in quel quadro di realtà da Dio volute nell’ordine di creazione per il bene dell’uomo e sulle quali fu pronunziato da Dio il già ricordato giudizio di bene; 2. che tali attività vanno usate come strumento attraverso il quale si realizzano insieme due fini congiunti: la santificazione dell’uomo e il servizio temporale che ad esso devono rendere per il suo sviluppo naturale e soprannaturale.

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