Ripensare ai laici (nel tempo secolare)

Yves Congar.

I ministeri e la comunione

(1904-1995), Ministeri e comunione ecclesiale, Bologna, 1973, passim: per una teologia del laicato.

Congar con un giovane Ratzinger al tempo del Concilio Vaticano II

Nonostante interessanti tentativi di rinnovamento… la chiesa era presentata, verso il 1930…, come una società organizzata, costituentesi per l’esercizio dei poteri di cui erano investiti il papa, i vescovi e i sacerdoti. L’ecclesiologia consisteva quasi esclusivamente in un trattato di diritto pubblico. Io ho creato, per caratterizzarla, la parola “gerarcologia”, che da allora è stata spesso ripresa. Ciò non poteva attirare gli uomini! Invece la tradizione cattolica, quella della Scrittura, dei padri e della liturgia, ci presentava un’idea della chiesa molto più ampia, viva e religiosa. La mia intenzione… fu di recuperare, per l’ecclesiologia, l’ispirazione e le fonti di una tradizione più antica e più profonda

degli schemi giuridici e puramente “gerarcologici” che hanno prevalso nella polemica dapprima anticonciliarista, quindi antiprotestante, infine nella restaurazione di Gregorio XVI e di Pio IX e nei manuali moderni di apologetica. la chiesa non appariva più, così, come una pura “societas perfecta”, “societas inaequalis, hierarchica”, ma come il corpo di Cristo, interamente animato dalla sua vita…

1925-1939 sono stati gli anni belli dell’Azione Cattolica. Ebbi occasione di conoscerla, a partire dal 1933, sotto la forma della JOC (Jeunesse Ouvrière Catholique) nella regione di Tournai e Lilla. Era una gioventù entusiasta, cosciente di portare, nell’ambiente operaio, la causa della testimonianza evangelica. Questa coscienza entrava in simbiosi con la teologia del corpo mistico quale si può trovare volgarizzata, per esempio, nei libri di p. Glorieux, e che portava a una spiritualità dell’”incarnazione”. I giovani operai continuavano la vita del Cristo-operaio. La loro vita di lavoro costituiva come una “incarnazione continuata”: un tema che poteva dar adito ad ambiguità, ma che il p. Chenu ci aiutava a interpretare in termini di realismo della grazia e della Parola.

La guerra, quindi le varie destinazioni, la prigionia, l’esodo sulle strade, la fraternità della miseria, quella della resistenza, il mescolarsi delle popolazioni, dovevano procurarci l’esperienza di ricchezze e insieme di richieste d’un laicato cosciente di dover essere attico nella chiesa, e quella dell’immensità del campo coperto dall’ignoranza del vangelo. Il mondo reale degli uomini era molto più lontano, molto più estraneo alla fede di quanto avevamo pensato, anche dopo tante e tante inchieste. Ma d’altra parte, fedeli e sacerdoti avevano fatto esperienze e scoperto vie che gli anni di tranquillità non avevano rivelato fino a quel punto. E così, negli anni ‘46-’47 del dopoguerra, nell’euforia della libertà ritrovata, il problema dello status e del ruolo dei laici nella chiesa s’impose in maniera nuova.

Proprio in quest’epoca si situa il mio sforzo di definizione… Il laico non [vi] è caratterizzato soltanto in maniera negativa come colui che non è né chierico né religioso… Il laico è un membro del popolo di Dio; anche se è discutibile collegare la parola “laico” all’espressione Laòs toû Theoû, resta un riferimento globale al popolo di Dio. Il laico è un cristiano: tutto ciò che è detto nel capitolo II della Lumen Gentium, “De populo Dei”, si applica a lui. Proprio come farà la costituzione dogmatica conciliare, io caratterizzavo il laico, in maniera positiva, per mezzo della secolarità: è il cristiano che serve Dio e il suo regno nel e per l’impegno naturale nell’opera terrena. Non che il ruolo del laico si limiti a questo. La formula “al chierico lo spirituale, al laico il temporale” non sarebbe che una caricatura, nonché un tradimento della mia posizione. Il laico è certamente un cristiano il cui servizio a Dio si esercita a partire dal suo inserimento nelle strutture e nell’opera del mondo, ciò che il sacerdote ministeriale fa in altra maniera, come ministro consacrato in possesso di mezzi positivi di salvezza. Ma noi abbiamo sempre insistito sul ruolo che i laici sono in diritto di assumere nella vita interna della chiesa proprio in quanto è una istituzione divina positiva. Per questo, fin dall’inizio, ho utilizzato lo schema dei tre uffici: sacerdozio, regalità, profetismo, schema ripreso in più documenti del concilio. I laici partecipano alla vita e alle funzioni sacerdotali, regali e profetiche, che derivano alla chiesa dal Cristo. Bisogna anche aggiungere: alla sua vita apostolica, che mette in opera tutto ciò che precede.

… ho analizzato e ricostruito i fatti, distinguendo due titoli di partecipazione o due modi di partecipare al sacerdozio, alla regalità e al profetismo di Cristo: un titolo di dignità, o qualità d’esistenza, comune a tutti i cristiani; un titolo d’autorità e dunque di superiorità, che caratterizza i ministri istituiti. Mi domando ora se questa è una maniera felice di procedere. Mi sembra tuttavia che la dottrina cattolica, sia d’Oriente che d’Occidente, riguardante il sacerdozio proprio dei ministri, richiami questa distinzione. Il concilio utilizza l’idea, che si trova, credo, in Pio XII, del sacerdote che rappresenta Cristo come capo: ciò che fonda, per l’ordine cultuale e sacramentale, uno dei valori caratteristici del sacerdozio ministeriale, quello di rappresentare, nell’ambito della comunità, il Cristo come “di fronte”… a questa comunità. Il Cristo infatti intrattiene una duplice relazione con la ecclesìa: una relazione di vita e d’immanenza, e una relazione di superiorità. Uno dei valori più certi, che la riflessione di questi ultimi anni sul sacerdozio ministeriale ha messo in luce, è sicuramente quello di presidente della comunità.

L’inconveniente del mio procedimento del 1953 era forse di aver troppo ben distinto. Il rischio era di definire il sacerdozio ministeriale in sé, su una linea che prolungava quella della scolastica del XII e XIII secolo (carattere identico al conferimento di un potere). Non rimpiango di essere stato formato alla scuola di s. Tommaso e dei suoi discepoli moderni: una scuola di ordine nello spirito. Ma oggi mi rendo meglio conto di ciò che questa tradizione, con le sue definizioni e la sua analisi, lascia di non soddisfacente i ciò che, invece, chiede (e apporta) il concetto veramente tradizionale di chiesa come comunità. […]

La chiesa di Dio non si costruisce soltanto con gli atti del ministero ufficiale del presbiterato, ma con una moltitudine di servizi diversi, più o meno stabili od occasionali, più o meno spontanei o riconosciuti, eventualmente anche consacrati al di fuori dell’ordinazione sacramentale. Questi servizi esistono. Quello delle mamme, per esempio, che catechizzano i ragazzi del vicinato. Quello dell’animatore di celebrazioni liturgiche, del lettore di testi sacri. Quello della visitatrice di malati o prigionieri; quello di segretaria parrocchiale; l’organizzazione di un circolo biblico o l’animatore di una équipe di catechesi per adulti; il segretario (o segretaria) d’Azione cattolica; le zelatrici per le missioni ecc. Potremmo prendere in considerazione anche il promotore di un aiuto per i disoccupati o di una raccolta per operai migranti, l’animatore di un pensionato o di corsi di alfabetizzazione.. Tali servizi esistono…, ma fino ad ora né venivano chiamati col loro vero nome, cioè ministeri, né si riconosceva loro il posto e lo statuto che ad essi compete nell’ecclesiologia. ora, procedere a questo duplice riconoscimento è estremamente importante per una giusta visione delle cose, per una soddisfacente teologia del laicato. Al termine della ricerca, ci si accorgerà che il binomio decisivo non è tanto quello di “sacerdozio-laicato”… quanto quello di “ministeri-comunità”. […]

 Anche riguardo ai laici, nuovi problemi son sorti dopo il concilio, o se ne annunciano già. Non faremo altro che evocarli.

I laici e la teologia. Proprio questo è stato uno dei temi del congresso di “Concilium”, tenuto a Bruxelles nel settembre 1970. L’opera teologica è un servizio ecclesiale; sotto questo aspetto può essere considerata come un carisma che non è riservato né al clero, né ai sacerdoti ministeriali…

La questione del ruolo delle donne nella Chiesameriterebbe di essere trattata a parte. E’ stata affrontata in numerose pubblicazioni, di cui la sola enumerazione riempirebbe parecchie pagine. La 12° mozione, votata dal congresso di “Concilium”, si esprime in questo senso, in maniera d’altronde discreta. Alcuni vanno più lontano e parlano di ordinazione sacerdotale per le donne. Senza affermare che ne siano escluse di diritto divino, resto su una posizione di riserva ed anche negativa. Ma penso che la teologia dei ministeri sopra esposta apra ampie possibilità al di fuori del sacerdozio. Non di deve neanche dire “al di fuori”, perché, nell’ordine dei servizi o ministeri, ogni funzione è diversa dalle altre, non interscambiabile con altre, e qualitativamente originale. In realtà, il ruolo delle donne nella chiesa è immenso. La prima cosa da fare è di riconoscerlo, di dargli un nome e uno statuto. Dopo di che, ne sono ben convinto, si aprirà un vasto campo per la promozione, l’invenzione, la creazione.”

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