Sacerdote e insegnante. Un valore civile

Lorenzo Milani

(1923-1967) priore di Barbiana, Lettera ai giudici del 18 ottobre 1965: valore della scuola popolare di Barbiana.

Da Archivum, cit.,

L’occasione per chiarificare ulteriormente il valore civile della propria opera di sacerdote-insegnante, don Milani l’ebbe in conseguenza della propria lettera ai cappellani militari sul tema dell’obiezione di coscienza; lettera per la quale fu processato per apologia di reato. Quella che segue è una parte dell’apologia che mandò al processo, non potendo essere presente per la malattia.

A questo punto mi occorre spiegare il problema di fondo di ogni vera scuola. E siamo giunti, io penso, alla chiave di questo processo perché io maestro sono accusato di apologia di reato cioè di scuola cattiva. Bisognerà accordarsi dunque su ciò che è scuola buona. La scuola è diversa dall’aula del tribunale. Per voi magistrati vale solo ciò che è legge stabilita. La scuola invece siede tra il passato ed il futuro e deve averli presenti entrambi.

E’ l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità (e in questo somiglia alla vostra funzione), dall’altro la volontà di leggi migliori cioè il senso politico (e in questo si differenzia dalla vostra funzione).

La tragedia del vostro mestiere di giudici è che sapete di dover giudicare con leggi che ancora non son tutte giuste.

Son vivi in Italia dei magistrati che in passato han dovuto perfino sentenziare condanne a morte. Se tutti oggi inorridiamo a questo pensiero, dobbiamo ringraziare quei maestri che ci aiutarono a progredire, insegnandoci a criticare la legge che allora vigeva.

Ecco perché, in un certo senso, la scuola è fuori dal vostro ordinamento giuridico. Il ragazzo non è ancora penalmente imputabile e non esercita ancora i diritti sovrani, deve solo prepararsi a esercitarli domani ed è perciò da un lato nostro inferiore, perché deve obbedirci e noi rispondiamo di lui, dall’altro nostro superiore perché decreterà domani leggi migliori delle nostre.

E allora il maestro deve essere per quanto può profeta, scrutare i “segni dei tempi”, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso. Anche il maestro è dunque in qualche modo fuori del vostro ordinamento e pure al suo servizio. Se lo condannerete attenterete al progresso legislativo.

In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo di amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate. […]

In quanto a me, io ai miei ragazzi insegno che le frontiere sono concetti superati… Ci presentavano l’Impero come una gloria della Patria! Avevo 13 anni. Mi par oggi. Saltavo di gioia per l’Impero. I nostri maestri si erano dimenticati di dirci che gli etiopi erano migliori di noi. Che andavamo a bruciare le loro capanne con dentro le loro donne e i loro bambini mentre loro non ci avevano fatto nulla. Quella scuola vile, consciamente o inconsciamente, non so, preparava gli orrori di tre anni dopo. Preparava milioni di soldati obbedienti. Obbedienti agli ordini di Mussolini. Anzi, per esser più precisi, obbedienti agli ordini di Hitler. Cinquanta milioni di morti. E dopo esser stato così volgarmente mistificato dai miei maestri quando avevo 13 anni, ora che sono maestro e ho davanti questi figlioli di 13 anni, che amo, vorreste che non sentissi l’obbligo non solo morale… ma anche civico di demistificare tutto, compresa l’obbedienza militare come ce la insegnavano allora? […]

Ma poniamo di nuovo che voi lo consideriate reato. Questa accusa se fatta a me solo e non anche a tutti i miei confratelli mette in dubbio la mia ortodossia di cattolico e di sacerdote. … io sono parte viva della Chiesa, anzi suo ministro. Se avessi detto cose estranee al suo insegnamento essa mi avrebbe condannato. Non l’ho fatto perché la mia lettera dice cose elementari di dottrina cristiana che tutti i preti insegnano da 2.000 anni. Se ho commesso reato, perseguiteci tutti. […]

Spero che in tutto il mondo i miei colleghi preti e maestri d’ogni religione e d’ogni scuola insegneranno come me. Poi forse qualche generale troverà ugualmente il meschino che obbedisce e così non riusciremo a salvare l’umanità. Non è un motivo per non fare sino in fondo il nostro dovere di maestri. Se non potremo salvare l’umanità ci salveremo almeno l’anima.”

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